VOCI

Ci sono voci che restano.

Racconti, poesie e frammenti che lasciano tracce.

Call aperta

IL PROGETTO

VOCI è una rivista letteraria indipendente di First Frame Room dedicata alla narrativa breve e alla poesia.

Nasce come spazio di pubblicazione per scritture capaci di distinguersi per voce, identità e qualità del testo, senza temi prestabiliti né direzioni imposte a monte.Ogni testo viene letto e selezionato autonomamente. Solo successivamente prende forma il singolo numero: dall’incontro tra le opere scelte, dalle affinità, dai contrasti e dalle relazioni che emergono durante il lavoro editoriale.

Ogni numero prende forma a partire dai testi che lo compongono

Per questo ogni uscita di VOCI ha un proprio titolo e una propria identità visiva, costruiti a partire dai testi che la compongono.Selezione editoriale, cura dei testi, progetto grafico e impaginazione sono seguiti da First Frame Room.VOCI è pubblicata online e resa disponibile anche in edizione PDF.

AUTORI

Le autrici e gli autori pubblicati su VOCI

Numero 01 — Giugno 2026

Si resta fermi, a un passo dall’inizio.
Con la sensazione che qualcosa stia per spostarsi.
E che niente tornerà identico.


Numero 03 — Settembre 2026

Non tutto emerge.
E non tutto resta nascosto.


Numero 02 — Luglio 2026

Ciò che non vediamo, raramente scompare.
Più spesso continua a esistere.
Appena oltre il nostro sguardo.


Numero 04 — Ottobre 2026

Le cose cambiano anche quando sembrano ferme.
Un movimento quasi invisibile.
Poi, all’improvviso, la distanza.


Il respiro del legno

La stanza è piccola.
Quando sono arrivato, non c’era quasi nulla, solo pareti di legno e soffitti bassi.
Ma a me va bene, non avevo grandi pretese, e il padrone di casa non ha protestato quando ho portato dentro tutte le mie cose, promettendo timidamente che avrei pagato l’affitto il mese successivo.
«Non sono venuto per restare», ho spiegato, e lui, grasso e tremolante sulle gambe, ha sorriso in modo stanco.
Ogni suo passo sembrava un’impresa eroica; non è mai venuto a reclamare gli arretrati dell’affitto, troppa fatica salire fin quassù.
Meglio così.
Non so bene a che piano sia l’appartamento, ma mi sembra di essere molto in alto; sono solo due stanze, certo, è pur sempre Milano.
Le due grandi finestre sul soffitto sono di una forma particolare.
Strette e lunghe, parallele, con una rientranza concava che le fa somigliare a dei riccioli o a delle code di sirena.
Quando arriva il giorno, una luce che sembra di vetro irrompe nella stanza, le lame luminose si stendono sottili sulle lastre tenere del pavimento, e tutta la casa prende forma.
Le pareti di legno caldo respirano e l’aria vibra, sacra e piena di polvere.
Sono molto fiero delle mie finestre, e a me la polvere piace.
Le stanze sono solo due, open space comodissimo.
Tra la cucina e l’angolo in cui dormo ci sono nelle pareti delle grandi nicchie, curve verso l’interno, che ho subito riempito per sistemare tutti i miei poster, fissare le mensole per i miei libri di cucina giapponese, e tante grucce per appendere i pochi vestiti che ho.
Così, assomigliano più a degli strani armadi contenitori, buffe fiere di oggetti vari in esposizione.
Ma la cosa più bella della casa è la colonna, un lungo costone di legno che scende dal soffitto come una radice levigata, un tronco perfetto e liscissimo, su cui posso arrampicarmi quando ho voglia di salire più in alto e guardare la stanza da un’altra prospettiva.
Da lassù, l’ambiente sembra immenso, una vera caverna di legno, tre volte più grande: l’incurvatura del soffitto, le orme polverose sul pavimento, le minuscole cicatrici del tempo.
Tutto mi sembra più bello.
Se non fosse per i rumori.
Di solito succede nel tardo pomeriggio.
I vicini fanno un baccano impressionante e non capisco come facciano due persone — Lei e Lui, credo — a produrre così tanti rumori diversi.
Quando iniziano, un tremolio incerto corre lungo la colonna e riesco a sentire un movimento dall’altra parte del soffitto: a tratti sembra che spostino mobili pesantissimi, altre volte che trascinino qualcosa sul pavimento, avanti e indietro, da una stanza all’altra.
Non è proprio un “trascinare”: il suono è rapido, sincopato, inizia e finisce di colpo. E tipicamente proprio quando decido di mettere a riposare un po’ gli occhi.
Una volta ho provato a picchiettare sul muro, sperando che capissero, ma il suono è rimbalzato indietro, smorzato dal legno, e ho avuto l’impressione di aver bussato inutilmente contro un vecchio armadio.
Così ho lasciato perdere.
In fondo non so nemmeno chi abiti sopra di me — se è davvero “sopra”.
Non li ho mai visti, non so come si chiamino. È sciocco prendersela con qualcuno che non si conosce.
Il padrone di casa mi aveva annunciato senza entusiasmo che al piano superiore vive lei.
Non so molto di più.
Ma dev’essere una persona molto energica: i suoi passi sono brevi, veloci, quasi saltellanti.
A volte li sento arrivare di colpo, uno, due, tre, e poi sparire, come se avesse attraversato fulminea la casa da una stanza all’altra, forse infreddolita dopo la doccia, forse in ritardo per una riunione.
Mi fa sorridere immaginarla mentre balla.
O forse ha un cane minuscolo e nervoso.
Lui invece si sente raramente, ma riconosco subito la sua voce più grave, flemmatica.
I suoi passi sono lenti e pesanti, e quando arriva sbatte sempre la porta: così la colonna si mette a vibrare fino al soffitto, quel tanto che basta per farmi drizzare la schiena.
Forse indossa gli scarponi anche in casa, o è obeso.
La prima volta che li ho sentiti ho pensato a un terremoto, la stanza si è messa a tremare, le linee delle travi sembravano dilatarsi nell’aria, molte delle mie cose appese si sono rovesciate sul pavimento.
Una settimana fa ho appoggiato l’orecchio alla parete: sembrava che qualcuno stesse “picchiettando” meccanicamente sul muro, ma si trattava di un ticchettio più rapido, regolare.
E poi ci sono loro, quelli che non so in quale appartamento abitino ma che ogni tanto producono un chiasso che rimbalza per tutto il palazzo.
Un miscuglio di voci, sospiri, colpi secchi, un brusio che sale e cala come un’onda: forse si tratta delle riunioni di condominio a cui non mi sono mai presentato.
Una sera, lo giuro, mi è sembrato persino che applaudissero.
Devono essere una compagnia molto allegra.
Nonostante tutto, questi rumori mi fanno compagnia.
Rendono l’appartamento meno silenzioso, meno vuoto.
Mi sto abituando all’idea che forse un po’ di vita attorno non mi dispiace davvero.
Ma stamattina è stato diverso.
Un silenzio quasi religioso regnava nella mia piccola casa, io preparavo il tè, la luce calda di maggio si rovesciava sul pavimento, sul divano, sui fornelli impiastricciati della cucina.
Poi all’improvviso ho sentito un colpo secco, netto, come se qualcuno avesse lasciato cadere qualcosa di metallo proprio sopra la mia testa.
Mi sono irrigidito.
Ho aspettato di sentire un secondo colpo, o una voce, o qualunque cosa. Ma niente.
Poi, un suono lungo.
Una vibrazione più profonda, continua, che ha fatto tremare la colonna dall’alto verso il basso, come se un filo invisibile la percorresse tutta.
È durato pochi secondi, ma ha avuto un effetto strano su di me: una scossa, un brivido, che mi ha strappato al torpore mattutino.
Mi sono ritrovato a guardare in alto, le finestre strette e lunghe mi fissavano, mi sono convinto che sarebbero esplose da un momento all’altro.
Invece sono rimaste ferme, immobili, con quella forma concava che le fa sembrare riccioli sospesi nel cielo.
Subito dopo ho sentito lei.
Passi rapidissimi, indecisi, avanti e indietro.
Un tonfo leggero, un altro colpo.
E poi ancora quella vibrazione, lunga, che si è spenta lentamente, ma è rimasta a lungo a vagheggiare nell’aria.
Si saranno rotti i tubi, ho pensato nervosamente. A Milano succede tutto il tempo.
Però conosco il trambusto di un danno idraulico, in quel rumore c’era qualcosa di diverso.
Come se fosse intenzionale, come se qualcuno stesse facendo pratica con qualcosa, provando e riprovando.
Mi sono fermato al centro della stanza, il tè freddo sul tavolo, e mi sono ritrovato a trattenere il fiato non so per quanto tempo, senza un motivo preciso.
Poi tutto è tornato normale: silenzio, luce, polvere che danzava nell’aria come in una domenica qualunque.
Eppure, da allora, ho l’impressione che la casa sia rimasta in ascolto.
Come se stesse trattenendo il respiro, aspettando di sentire di nuovo quel suono.
E anch’io.
Da allora la giornata ha assunto quella strana qualità sospesa dei pomeriggi in cui sembra che stia per succedere qualcosa, ma niente accade davvero.
La luce, che di solito filtrava tranquilla in lame chiare, ora scivolava, come se avesse perso la pazienza.
Ogni particella di polvere che attraversava l’aria inclinata sembrava animata da un’intenzione segreta, un tacito ordine che io non ero riuscito a cogliere.
Mi sono aggirato nello spazio senza un vero motivo, più per scacciare quella sensazione di attesa che per fare qualcosa.
Il silenzio non era più silenzioso. Teso, cucito da un filo impercettibile che collega un angolo all’altro, mi sembrava così vasto da poter inghiottire la stanza intera.
Poi, all’improvviso, il suono è tornato.
Non un colpo, non un tonfo: una scia, una vibrazione che si è insinuata come un brivido nella parete, ha attraversato lenta il pavimento, e infine ha risalito la mia spina dorsale come fanno silenziosamente i ragni nelle grondaie.
Nuovamente, è durata solo un istante, ma aveva una qualità nitida.
Un misto di grazia e brutalità, di delicatezza pigra e collosa.
Mi sono appoggiato istintivamente alla colonna.
Sotto il palmo della mia mano vibrava una vita estranea: ho avuto paura che il cuore mi fosse uscito dal petto e stesse rimbalzando nel legno.
Poi tutto si è spento, così rapidamente da lasciarmi con la sensazione di essermi immaginato tutto.
Poi, lei.
Il suo passo inconfondibile: affilato, scattante, nervoso.
Correva da un capo all’altro della stanza, come se stesse inseguendo quel suono o fuggendone.
Un tonfo leggero, poi un altro.
Un fruscio lungo, il suo vestito che sfiorava un mobile.
E infine una sequenza rapidissima di rumori sottili, minuscoli, quasi elettrici.
Forse parlava con qualche amica al telefono, il tono di voce sembrava irrequieto, fitto.
Mi sono immobilizzato, avevo paura che mi sentisse mentre ragionavo.
Il tè, ormai freddo, rifletteva la luce in un ovale dorato e inquieto.
Il suono si è ripetuto: più profondo, lungo, più vicino.
Quel rumore anomalo e meraviglioso non proveniva da sopra.
O almeno, non solo.
Sembrava venire anche da dentro.
Davanti alla finestra che dà sul cortile, lei suona.
Con il mento appoggiato al legno lucido del violino, le dita che sfiorano appena le corde, l’archetto che si muove leggero sotto il polso ben allenato.
Potrebbe suonare per ore: l’aria è fresca e piacevole, entra svelta nella cassa dello strumento, come un brivido sottile, una vibrazione che sale fino alle mani e la trasporta sulle note di Schumann.
Un suono chiaro, un sussurro calmo, un’eco che sembra provenire da dentro il legno stesso, più bello del solito.
Poi fa una pausa, le dita iniziano a fare male; appoggia lo strumento sul tavolo e mette su la moka.
Nel frattempo rientra anche suo marito, dopo la giornata al Conservatorio; entra sbattendo la porta dietro di sé, lasciando la custodia appoggiata al divano e liberando i piedi stanchi dalle scarpe.
Senza dire nulla passa nervosamente nelle altre stanze, mentre Marta ricomincia a suonare, incurante, davanti alla finestra.
Sollevando il violino dal tavolo, però, si accorge di un rumore insolito, un fruscio moderato, che percorre lo strumento e somiglia a una nota profonda, trattenuta.
Si china curiosa, appoggiando l’orecchio alla cassa armonica.
Sente quella vibrazione più nitidamente ora: non c’è nessuno a toccare le corde tese, nessun archetto che le muova, eppure la musica c’è. Un fremito sottile che attraversa tutto il violino.
Si ritrova a trattenere il respiro, senza capire perché.
Per un attimo, il mondo esterno — i rumori del palazzo, il traffico di Milano, suo marito nell’altra stanza — sembra dissolversi, lasciandola sospesa nello spazio tra le pareti in cui ora il legno e l’aria vibrano come se fossero vivi.
Poi il suono, come era iniziato, svanisce, lasciandole addosso la sensazione che qualcosa o qualcuno sia lì, nascosto, dentro il violino, in ascolto.
«Vieni a vedere, Marco!». La sua voce è incredula.
«C’è qualcosa… dentro il violino.»
Lui arriva controvoglia dal bagno, trascinando i piedi sul pavimento.
Inclinano lo strumento alla luce che filtra dalla finestra.
E la magia si rivela, o qualcosa che le assomiglia.
Non ci sono solo legno, corde e polvere di resina.
All’interno, tra le curve ambrate della cassa armonica e i riflessi dorati della luce, c’è lui.
Un piccolo insetto, immerso nella polvere, tra le nicchie e le travi, appoggiato all’anima di legno del violino.
Sembra che il mondo stia suonando una musica che solo quell’insetto è riuscito ad abitare.
Restano così, immobili, a osservare, mentre il silenzio inghiotte il pomeriggio.

Cecilia Gramiccia

Vive e studia a Roma.
Coltiva la scrittura e la poesia come forme di espressione personale.

Eravamo oltre quel Clown,
oltre quell’incolpevole purezza,
oltre quel passo d’alito cattivo,
oltre il fegato dagli occhi neri.
Eravamo oltre quell’uomo-automa,
quello stupido storpio ch’è il mondo,
oltre quel suo alzarsi
e cadere – ridere e cadere
rialzarsi e cadere.
Eravamo oltre ogni veggente,
oltre quel naso paonazzo,
quel maledetto tuo “volermi”,
oltre quel nessuno ch’abita le stelle.
Eravamo oltre la Dea Polare,
oltre il Carro dai buoi lucenti,
oltre la polvere sbiancante.
Eravamo solo Noi,
et tu disais que tu m’aimais,
mio vecchio menzognero.
ti ho scoperto nel freddo d’un incubo:
accatastavi la legna nella cesta,
quelle gesta ch’andavano oltre
quel Tuo alzarti e cadere,
amare – Odiare – rialzarti e cadere.
Eravamo sangue e pelli sfuse,
bellezza e tenebre fuse.
Fratelli, Madri, Sorelle
e Padri. Acqua e Fuoco,
Aria – Terra. Eravamo guerra
senza soldati. Io Poesia e Tu Analfabeta, io esteta e Tu mendicante
fra le crepe dell’umanità.
Eravamo pace senz’angeli,
io arca putrida e Tu moto cheto,
l’Arcangelo e l’Argenti. Eravamo
oltre quel Clown senza veli.
Eravamo solo Noi:
carta e inchiostro seccato.
Eri Tu il poema perfetto
il figlio prediletto — e poi?
E poi — sei morto
fra le mie braccia.

ClownWords

Unisce nella sua scrittura rigore classico e suggestioni orientali. È autore di ClownWords e vincitore dell’Anuaria con Nàmas-Te.

«Vorrei dipingere qualcosa di vero, essenziale, ma come si fa ad essere creativi quando si passano tutti i santissimi giorni a fare le stesse cose, a parlare delle stesse cose. Eh? Me lo vuoi dire?»
Elisa aveva sempre odiato il modo in cui i ricci cadevano sulla testa di Andrea. Lo spazio piatto che si formava sulla sommità del capo le dava l’idea di qualcosa di incompleto, come quelle aiuole lasciate all’abbandono nei giardini pubblici. La chioma sembrava ormai un animale inerte su una superficie curva.
In verità, Andrea di quei capelli se ne prendeva cura con un’attenzione maniacale, quasi fossero stati una sua estensione fragile e preziosa. Li riempiva di spuma, balsami e lozioni riparatrici, quasi che dalla salvaguardia di quella chioma dipendesse la sua vita.
Probabilmente c’era stato un tempo durante il quale Elisa li aveva trovati parte del fascino sauvage di Andrea, perciò sapeva bene che il “sempre” variava in base al suo stato di alterazione. Ad esempio, quando Andrea non la ascoltava diventava “sempre disattento”. Quando usciva troppo spesso diventava “sempre il solito egoista”. Quando non era di buon umore era “sempre col muso lungo”.
Andrea se ne stava appoggiato coi gomiti puntati sul tavolo e lo sguardo spento.
Cercava di richiamare alla mente l’ultima volta che avevano fatto l’amore. Non riusciva a ricordarlo, non aveva alcun ricordo a cui fare appello se non un’immagine sfocata di una donna giovane dal corpo ancora sodo e tonico che si muoveva su di lui con avidità e noncuranza. In quei momenti, lui era un mero mezzo. E ricordava che gli piaceva vederla ansimare sopra di lui, era abbastanza sicuro di averla amata, quella donna, ma non credeva fosse la stessa che gli stava davanti in quel momento.
«Non sei nemmeno in grado di guardarmi in faccia mentre ti parlo.»
«Ti ho guardata per tanti anni, non ho bisogno di sapere com’è fatta la tua faccia incazzata. La conosco a memoria.»
Elisa aprì la bocca per dire qualcosa, ma poi sembrò ripensarci. Tornò ad accanirsi sulla pentola sporca di grasso bruciato. Strofinava violentemente con la paglietta d’acciaio, come se insieme allo sporco potesse rimuovere anche le parole di Andrea. Poi tornò all’attacco.
«Gira sempre e solo tutto intorno a te. Io sono stata qua davanti a te tutto il tempo e tu sei stato solo capace di guardarmi attraverso.»
«Da che pulpito! Tu che hai smesso di essere interessata perché non ho saputo essere straordinario così come mi volevi. Sono rimasto nelle tue grazie fino a quando ho rappresentato un ideale e poi hai visto che sotto la maschera c’era altro, ma non ne hai più voluto sapere perché non era quello che ti aspettavi. Beh, ti do una notizia, tesoro: le persone sono mediocri e, che ti piaccia o no, lo sei anche tu.»
Le parole di Andrea rimasero sospese nell’aria, come il pulviscolo sotto un raggio di sole. Sembrò sorpreso che quella frase fosse uscita proprio da lui e cercò una conferma nel movimento delle spalle di Elisa, per capire se anche lei fosse altrettanto stupita. Alzò lo sguardo per la prima volta dall’inizio di quella discussione e le vide contrarsi per poi tornare molli sotto un peso invisibile.
«Avrei potuto essere tutt’altro che mediocre.» Nel dirlo aveva lasciato andare la pentola e la spugna, per asciugarsi frettolosamente le mani.
«Quindi il mancato successo nella tua vita, anche quello sarebbe colpa mia?» le chiese con tono accusatorio.
«Non ho detto questo.»
«Però è quello che intendevi.»
Elisa si girò nuovamente verso di lui, questa volta sul suo viso aleggiava l’ombra del disprezzo.
«Bravissimo, un’altra supposizione azzeccata. Tu proprio non capisci…»
«No, sei tu che non capisci. Cerchi di incolparmi per i tuoi progetti non portati a termine, quando non ti rendi nemmeno conto che sei tu a non averlo fatto. Non ti ho mai chiesto nulla, io.»
«No, certo. Non c’era bisogno che mi chiedessi esplicitamente di fermarmi. Bastava guardare la tua reazione ogni volta che mi si presentava un’opportunità nuova. Guarda che i miei successi non sono lo specchio dei tuoi fallimenti!»
«Ah sì, adesso sarei anche un fallito?»
«Sei tu che lo pensi di te stesso, non io. Il problema è che se ti senti miserabile tu vuoi che lo sia anche tutto il resto del mondo. Congratulazioni! Ci sei riuscito.»
«Dio santo, non ti sopporto.»
Quell’affermazione non scosse Elisa; tutt’al più parve darle una conferma rinfrancante.
«Ti ringrazio. Finalmente sei riuscito ad ammetterlo. Dopo tutti questi anni, dopo tutte le volte in cui ti ho chiesto di fare delle valutazioni semplici. Ad esempio, se io fossi la persona giusta per te. Ma tu nulla… ti sei innamorato dell’idea di noi due insieme e ora incolpi me della tua infelicità. Solo perché la tua idea non è stata all’altezza delle aspettative. Posso dirti? È un problema tuo.»
Elisa sbuffò dirigendosi con passo deciso verso la porta, ma poi inaspettatamente qualcosa sembrò afferrarla costringendola a tornare indietro.
«Voglio solo che tu lo dica…»
Andrea sospirò esausto. «Che cosa ti dovrei dire?»
«Che non mi ami più.»
«Così tu puoi sentirti sollevata da ogni colpa. Certo, ti immagino mentre vai dalle tue amiche piangendo, dicendo “Ci siamo lasciati perché non mi amava più”. Ma io non te la do questa soddisfazione.»
«Chiaro, è più semplice lasciare la patata bollente a me. Non sia mai che per una volta nella vita Andrea prenda le palle in mano e faccia delle scelte. No, lasciamo pure questo carico emotivo a Elisa.»
«Parlare di te stessa in terza persona ti fa sembrare fuori di testa.»
«Non ti permettere, Andrea. Non ti permettere di dire certe cose dopo tutto quello che ho passato.»
«Guarda che c’ero anch’io mentre succedeva.»
«Non è la stessa cosa e lo sai.»
«Hai ragione. Non lo è. Sono io che ho rinunciato a una parvenza di normalità pur di stare con te.»
Elisa fece una smorfia di lato e fece uscire tutto il fiato sospeso dalle narici.
«È questo che pensi?», chiese sollevando il mento per passargli la parola e, nel farlo, assunse l’aria di sfida che le piaceva tanto.
«Se non fosse stato per me saresti ancora un piccolo fotografo di provincia che nessuno conosce. Eri chiuso in una bolla di ottusità e ti ho tirato fuori.»
«Sarà anche come dici tu, ma avrei preferito essere un fotografo qualunque piuttosto che il marito infermiere.»
«Non ho mai avuto bisogno che tu ti prendessi cura di me. È a te che piace essere interventista, perché ti dà uno scopo.»
«Ti ringrazio, cercherò di ricordarmelo la prossima volta che ti trovo riversa sul pavimento del bagno.»
In quel momento Elisa sentì un’ondata di rabbia risalire dallo stomaco alla testa. Lanciò con foga lo strofinaccio, che teneva ancora in mano, dritto sulla faccia di Andrea.
«Sai una cosa? Vaffanculo. Non hai diritto di parlare della mia situazione.»
Andrea fece scivolare la pezza sul tavolo, così come fece con le parole di Elisa.
«Ah no? E dimmi, a cosa avrei diritto? A un po’ di riconoscimento, non di certo. A una parola gentile di tanto in tanto? Non ricordo neppure l’ultima volta in cui mi hai detto “grazie”. Non ti chiedo nemmeno più di venire a letto con me…»
«Non incolparmi di mancanze a cui tu hai contribuito.»
«Perché pensi mi sia piaciuto? Tutto quel tempo senza toccarti, a camminare in punta di piedi intorno a te perché non sapevo mai in che mood fossi. Credi sia semplice stare con te?»
Elisa si voltò verso la finestra, come se stesse aspettando un suggerimento che non arrivò mai, così valutò che l’unica opzione rimasta fosse quella di uscire dalla stanza.
Si dette una leggera spinta dal bordo del lavello e mise un piede fuori dalla cucina, biascicando: «Non ne ho più voglia.»
Andrea si alzò di scatto facendo traballare la sedia.
«Brava, vattene. È la cosa che sai fare meglio, lasciarmi da solo a combattere per questa relazione.»
Elisa non si voltò. Continuò a camminare con lentezza ostentata, quella che diceva “non sei nulla per me” senza doverlo dire. Andrea rimase in piedi accanto alla sedia, una mano ancora appoggiata allo schienale. Tese l’orecchio per ascoltare i passi del vicino sul pianerottolo. Chissà se era appena arrivato o se si stava godendo da un po’ quel podcast di opinioni impopolari. Andrea, in quel momento, pensò che avrebbe voluto essere lui. Un uomo dalla vita ordinaria, che origliava la litigata di una coppia, i cui problemi non scalfivano la sua quotidianità. Un semplice interludio tra l’uscita dall’ufficio e il ritorno a casa.
Elisa ricomparve sulla soglia. Indossava lo stesso cappotto che anni prima avevano comprato insieme in una di quelle boutique vintage che le piacevano tanto, solo che questa volta non sembrava donarle come allora. Il bottone centrale era slacciato, come sempre. Andrea aveva smesso di dirglielo da anni. Quella sera, però, si sorprese a chiedersi se fosse stata una resa o una forma di rispetto — lasciare che le cose stessero come stavano, senza continuare a sistemarle.
«Vado a prendere il pane», gli disse senza alcuna enfasi.
Andrea annuì. Si risedette, risistemando i gomiti sul tavolo. Dalla finestra arrivava l’odore di qualcuno che stava cucinando nel palazzo di fronte. Prese in mano il telefono senza guardarlo davvero, lo appoggiò di nuovo e rimase in attesa.

Giorgia Appiano

Ha una formazione in ambito antropologico e linguistico. Lavora come copywriter e ghostwriter e si occupa di comunicazione attraverso la scrittura.

Una giornalista mi diede la notizia della morte di Fausto Tomasi e mi chiese un commento: riagganciai. Trascorsi la giornata alla finestra, nel monolocale in cui il divorzio mi aveva gettato, a spiare le faccende di un gatto grigio nel giardino di una villa. L’osservavo gironzolare, stendersi al sole, raramente correre.Mi sembrava che la sua vita non dovesse rispondere a niente e a nessuno.Mia moglie, Clara von Bauer, veniva da una famiglia di ex baroni austro-ungarici, ma quando ebbe le prove della mia storia con Arianna, una studentessa, si scoprì capace di scene triviali. Ne aveva tutte le ragioni.«Porco bastardo e schifoso narcisista!» aveva urlato, portandosi via Otto e Hanna – nomi dei suoi genitori, nulla di mio. L’avevo sposata vent’anni prima, costretto da mia madre: un matrimonio è il modo migliore per far dimenticare al pubblico le carezze date a un maestro di letteratura del collegio. Da allora non avevo più rivisto Fausto, e nemmeno m’importava.«Franz Manstein?» La voce telefonica di Edoardo Giustiniani. «Senti, caro, è ora che mi consegni qualcosa, altrimenti dovrò rescindere il contratto.»Una rottura, in tutti i sensi, ma non riuscivo più a scrivere.Mia madre, una signora, aveva dichiarato: «Per me, sei come disperso.»La Giustiniani Editore, invece, rivoleva il successo dei Predatori. La realtà era che il nuovo romanzo sul giovane scrittore che si innamora del suo insegnante non riusciva e ora non sarebbe riuscito mai più: mi sentivo in gabbia.A sera Franz Manstein era a pezzi. Seduto al computer, fissavo la pagina bianca; era per me un’ossessione, quel titolo, Fausto, che avevo dato al lavoro.Per tutto il giorno, avevo soltanto bevuto: birra, vino, liquori; tutto quello che c’era in dispensa. Ero così ubriaco che diedi di stomaco a terra, accanto alla scrivania. Mi venne fuori, non so come, una mezza preghiera, un Dio, ti prego, aiuto, ma il silenzio che seguì mi fece imbestialire. Mi venne un’idea ripugnante: scendere per strada, così sporco e schifoso, e aggredire il primo che passava, ma erano le tre di notte e non avrei trovato nessuno.Tornai a Fausto, al cursore lampeggiante che mi giudicava. Era morto l’uomo che mi aveva insegnato il mestiere di scrittore, che mi aveva voluto bene; e io a lui. Avrei voluto scrivere una riga, una sola, poi mi sarei buttato sul letto. Dio, com’ero nervoso: era colpa di Fausto, di Clara, di Arianna! Dovevo far loro del male. Cancellai tre o quattro mozziconi di frase e tornai alla pagina candida, solo con il titolo. Non potevo uccidere nessuno. Potevo solo scrivere.Allora mi dissi che avrei inventato un omino a mio uso e consumo. Quelle idee! Strano a pensarci, ma cominciai subito a scrivere, e con grande ispirazione.Immaginai, e descrissi, una via di Milano negli anni Cinquanta, come nei Predatori. Il mio uomo camminava sul marciapiede, aveva quarantacinque anni, più o meno come me. Con la fantasia annebbiata dall’alcol, gli diedi i tratti di quell’attore americano degli anni Trenta, Edward G. Robinson: faccia larga, occhi scuri, figura tarchiata. Poco importava. Con un vestito marrone, andava al lavoro: era un impiegato di banca. Mancava solo il nome, ma stava già scritto in cima alla pagina: Fausto. Ci aggiunsi Bez e così lo battezzai.Per prima cosa, gli tirai addosso un bel temporale e lo mutai subito in diluvio. Inutile dire che Bez non aveva l’ombrello. Si inzuppò fino alle ossa e se ne lamentò con Doris, una collega. Si asciugò come poteva e, indossate le sue maniche da lavoro, aprì lo sportello. Per le prime ore, mi divertii a fargli dei dispetti: feci esplodere una penna stilografica, smarrire dei moduli, cadere la tazzina del caffè, cose così. Poi alzai il tiro. Tre uomini con il volto coperto entrarono in banca, armati, e uno di loro ordinò proprio a Bez: «Vuota le casse in questo sacco, e non fare scherzi.»Le colleghe mandavano lamenti come di cagnolini separati dalla madre; il carabiniere di guardia alla porta, sotto tiro, teneva le mani in alto; il collega che serviva allo sportello accanto gli fece un cenno, come per incoraggiarlo. Bez incrociò lo sguardo del direttore, fermo sulla porta del suo ufficio, e procedette a riempire il sacco di banconote. Quando giunse di fronte alla prima cassa, gli si presentò, nascosto sotto il bancone, il pulsante dell’allarme automatico. Volevo che provasse a premerlo, pregustavo il momento in cui avrebbe allungato la mano: doveva fare la cosa giusta, Fausto era fatto così. Si mosse lentamente, ma uno dei rapinatori gli fu dietro e lo colpì alla nuca con il calcio della pistola. Fausto Bez stramazzò al suolo, era soltanto svenuto, ma fu per me un tale orgasmo di soddisfazione che mi appoggiai alla scrivania e, con tutto l’alcol che avevo in corpo, mi addormentai.Mi svegliai con la testa spaccata in due, ma dalla sbornia. Il sole del mattino apriva le tende, il gatto grigio perlustrava il suo regno. Vidi il vomito che si seccava, rilessi quello che avevo scritto e mi trovai ripugnante in ogni senso, ma non riuscivo a smettere di pensare al piacere che avevo provato. Qualcosa in me voleva continuare, perciò immaginai, e descrissi, Fausto Bez che si svegliava nel suo letto, la testa che doleva; sua moglie Sandra lo aiutava ad alzarsi; sua figlia Livia, biondina seria e intelligente, lo abbracciava in corridoio. La famiglia raggiungeva la cucina per la colazione. La giornata era libera: avevano comunicato la chiusura della banca per le indagini.Trattenendo un sorriso, feci squillare il telefono. Sandra andò a rispondere e restò impietrita, poi disse a Fausto che qualcuno lo cercava.«Fausto!» Una voce femminile lo travolse. «Ho saputo! Oh, il mio Fausto!»Bez balbettò qualcosa, ma la donna non accennava a fermarsi.«Ah, ho capito.» Abbassò la voce come se qualcuno potesse sentirli. «Era tua moglie, vero? Lo so, non avrei dovuto chiamare, ma non avevo più tue notizie!»Neppure stavolta lasciai parlare Bez e la donna alzò a tal punto la voce che si sentì attraverso l’apparecchio, come se fosse nella stanza: «Ti amo, Fausto, non posso vivere senza di te!»Immaginavo Bez, impalato: sì, gli avevo dato un’amante. Livia era corsa a nascondersi in cameretta. Si misero a urlare: lui non sapeva nemmeno chi fosse, lei urlava che l’aveva sempre saputo, quella schifosa di Doris. Gli tirò uno schiaffo: lei e Livia andavano da sua madre. Non risparmiai nulla al poveretto, mi misi a descrivere la trafila del divorzio: avvocati, cattiverie, insulti. Alle udienze per l’affidamento, Livia non lo guardava mai. Scendeva, abbandonato da tutti, in fondo alla catena alimentare: la banca non riapriva, il divorzio drenava i suoi risparmi, si imbruttiva, spesso puzzava di vino; finì in una pensioncina lercia dalle parti di via Lazzaretto.Steso su un materassino lurido, in mutande, con una coperta e una bottiglia di vino, il mio Bez ascoltava i rumori: le ragazze che ridevano con i clienti; il catarro del vecchio Brusa, ex tramviere, che aveva perso la vista e il lavoro a furia di grappa; certe stanze erano occupate, ma sempre silenziose. Quando aveva chiesto una tazza e un cucchiaino per poter prendere il caffelatte al mattino, il padrone gli aveva dato una posata tutta bucherellata.«Altrimenti i tossici li rubano» era stata la risposta al suo dubbio.I soldi erano finiti e già il mese successivo non avrebbe avuto di che pagare la stanza. L’unico abito rimasto era piegato su una sedia, una cura che tradiva il suo passato borghese. Persino il vino cominciava a disgustarlo. A me, invece, l’alcol non aveva ancora stancato, perciò andai a cercare una bottiglia di liquore, l’omaggio di un premio letterario, che fino a quel momento non mi ero ancora scolato per pudore. Non ci misi più di dieci minuti, ma quando tornai allo schermo vi trovai almeno due paragrafi già scritti e un terzo che si stava componendo. Il computer scriveva da solo e il personaggio parlava.Fausto Bez piangeva nel lettino, lacrime calde gli scorrevano sul volto, senza singhiozzi, come pioggia. Spingeva via la bottiglia e si raggomitolava sotto la coperta, con le ginocchia strette al petto. Stava con le mani giunte, le nocche strette fino a sbiancare, in un parossismo di dolore da condannato che si arrenda al carnefice, ma voglia ancora vivere. Con mio grande stupore, stava pregando: «Dio, ti prego, aiuto! Non ho fatto nulla, mi sono accadute cose orribili. Non riesco a discolparmi, mi odiano. Vorrei essere morto… Livia non mi guarda più, perché? Qualcuno mi odia, Dio, perché non mi aiuti?»Non poteva! Non era una persona reale, era solo un personaggio. Furibondo, cancellai il paragrafo in sospeso, ma non potei cancellare il resto.«Maledetta macchina» borbottai.Ebbi paura di non poterlo dominare e da vero codardo colpii più forte. Immaginai che il mese fosse terminato e che gli sforzi di Bez, nonché le sue preghiere, si fossero rivelati vani: la povertà e la vergogna l’avevano schiacciato. Ora viveva per strada, mangiava forse una volta ogni due settimane, quando era aperta la mensa dei poveri; per il resto, rimediava qualche crosta da un fornaio o da un commerciante. La fame gli dava le allucinazioni e non lo lasciava dormire.Una sera passò davanti a una rosticceria, la vetrina illuminata esplodeva di bontà e di pane. Il rosticcere, un omone corpulento con il grembiule di tutte le tonalità dell’unto, serviva una sciura col cappellino. Bez non se n’era accorto, ma aveva la faccia incollata alla vetrina e un filo di saliva gli scendeva fino a terra. Con un rantolo, come il rivoltarsi di una marionetta, afferrò la maniglia e con uno sforzo enorme entrò nel negozio. Non riuscì neppure a sillabare «Mi scusi» che l’omone gli fu addosso e lo scaraventò per strada.Ecco cosa succede a scherzare con Franz Manstein. Mi concessi un goccio, soddisfatto della mia piccola scena da vaudeville, e stavo per tornare alla tastiera, quando il racconto riprese a scriversi da solo, di nuovo!«Maledetto! Dio, tu sia maledetto!» Fausto gridava. «Maledetto il giorno in cui sono nato, ma mille volte maledetto tu! Cosa ti ho fatto? Perché non mi uccidi? Sconfiggi il mio nemico e lasciami in pace: lui è lì, ci guarda, mi tortura! Sono un insetto a cui staccare le ali per divertimento. Mi brucerà con una lente, come un bambino capriccioso… e tu non farai niente?»Il gioco si era protratto tanto che anche per me si era fatta sera, ma il buio più fitto era nella mia testa, mentre leggevo le parole che si formavano sullo schermo, e non sapevo cosa fare. Il silenzio regnava anche nel mondo immaginario di Fausto Bez, che se ne stava in ginocchio in mezzo alla strada, evitato dai passanti. Nessuna risposta, né di qua né di là. Il racconto proseguiva ancora da solo.«E va bene, allora» disse Bez sottovoce.Si alzò da terra e puntò un uomo distinto col cappotto che stava passando davanti alla vetrina della rosticceria. Presa la rincorsa, lo travolse con tutte le sue forze, rovinando con lui contro la vetrata, che si infranse. Finirono a terra, contusi e feriti, frammenti di vetro ovunque; il rosticcere era basito. Bez si rialzò e prese qualcosa a caso, se lo nascose nella giacca e corse via.In un giardinetto, seduto su una panchina, Fausto scoprì cosa aveva rubato: un pollo arrosto. Con le lacrime agli occhi, mangiò. Una soddisfazione animale lo invase e gli rinnovò la rabbia, come se le cellule, riempite dal nutrimento, fossero entrate in uno stato di frenesia. Il palazzo di fronte lo conosceva: ci stava la sua ex moglie. Dopo il divorzio, lui voleva restare in buoni rapporti, per poter vedere Livia, ma Sandra aveva dichiarato che la sua cattiva influenza e le sue porcherie dovevano stare lontano da lei e dalla ragazzina. Quale cattiva influenza? Non aveva fatto porcherie. Questo complotto doveva finire, era pur sempre il padre! Se quell’infame che lo torturava non voleva smettere, allora lui avrebbe risolto la questione come aveva risolto la fame. L’avrebbe ammazzata di botte, si sarebbe ripreso la sua bambina. Magari Sandra era persino complice. Freddo come la notte che lo circondava, Fausto si diresse verso il palazzo.Mentre leggevo del suo progetto omicida, mi tremavano le mani e mi scivolò la bottiglia di liquore. Quando lo vidi alzarsi dalla panchina, tentai di cancellare le frasi, ma non ci riuscivo. Per quanto le eliminassi, quelle si rifacevano identiche e proseguivano. Ora Fausto era davanti al portone. Provai a scrivere che ripensava alla prima volta che si erano incontrati, lui e Sandra. Un giorno di primavera, alla festa, quando gli era sembrata bella col vestito rosso, in mezzo alle altre ragazze. E lui, un giovane imbecille, con le scarpe di vernice. Era prima della guerra. Parve esitare, poi suonò in portineria.Saliva le scale: si era liberato della portinaia, del resto cotta di sonno, inventando una storia sull’avvocato Cerci, partito per la montagna, che gli aveva affidato la cura dell’appartamento. Tentai con Livia: cosa ne sarebbe stato della piccola, se fosse rimasta orfana di madre e con il padre in galera? Si ricordava della prima volta che l’aveva tenuta in braccio? Fausto scrollava il capo, ma saliva più lentamente, stanco. Oltre lo schermo, borbottai: «No, no, no… Fermati… Cosa ho fatto?»Ma Fausto era ormai di fronte alla porta dell’appartamento di Sandra. Il pianerottolo era deserto. Ecco cosa avrebbe fatto. Suonare, bussare forte; Sandra avrebbe aperto assonnata e lui l’avrebbe gettata a terra, senza darle tempo di rendersi conto; l’avrebbe picchiata, strangolata; forse ci sarebbe stata anche Livia; si portò una mano alla fronte…Il paragrafo si stava completando e il tasto CANC non sembrava avere alcuna funzione; un nodo mi stringeva la gola e gli occhi mi si riempivano di lacrime.Poi ebbi un’illuminazione: staccai la corrente e il computer morì. Avevo il salvataggio automatico, perciò il racconto si sarebbe congelato su quell’istante, ma non sarebbe potuto andare oltre. Per nulla al mondo l’avrei riaperto.Mi sono ritirato in una casetta in montagna: anonimo, come certi grandi autori. Non ho più scritto e sono stato a tanto così dal perdere il contratto con Giustiniani. Quando non ho più saputo come tenerlo a bada, gli ho inviato Fausto così com’era, senza riaprirlo: quel finale tronco poteva sembrare una provocazione. Era pessimo, ma non avevo scelta. Eppure, il romanzetto ha avuto un successo travolgente, tutti lo leggono e se ne fanno presentazioni e conferenze.Il mio narcisismo ha ripreso quota: ho telefonato in casa editrice per informarmi. Non ho parlato con Giustiniani perché sapevo che mi avrebbe detto solo sciocchezze, perciò ho chiesto di Nanà, la segretaria, che con me era sempre stata sincera.«Le recensioni sono ottime» mi ha detto. «Alla presentazione a Venezia, per esempio, tizio, coso, ha fatto un bel discorso. Il finale scatena un tale dibattito…»«Ma se sono scappato?» ho sbottato, un poco infastidito.«Franz Manstein!» Nanà rideva. «Sei il solito stronzo.»E mi ha raccontato, divertita dai miei commenti increduli e convinta che fingessi, che si discuteva ovunque, persino in convegni appositamente organizzati, di quella scena finale, quando il personaggio, Fausto Bez, si trova di fronte alla porta e ha intenzione di uccidere la moglie, e… si ferma, lancia uno sguardo… com’è che dice il testo, ah sì: un’occhiata in alto, gelida, oltre il confine della pagina. Poi si volta e se ne va.«Cosa?» ho gridato. «Bez non ha ucciso la moglie? Avete cambiato il finale?»Nanà è sembrata preoccupata. «Franz, stai bene? L’anonimato, la montagna, non andare a ritirare i premi, va bene… ma dimenticarsi il proprio libro. Non l’abbiamo toccato, come sempre: è il tuo finale, per chi ci hai preso…»Fausto Bez si era voltato ed era andato via. Ma io non l’avevo scritto.

Francesco Mola

È nato in Franciacorta, dove ha coltivato la passione per i classici più che quella per il vino. Laureato in Storia greca, ha frequentato il Master in Editoria della Fondazione Mondadori. Lavora nell’editoria e ha collaborato come editor esterno con il Gruppo Editoriale La Scuola SEI, affiancando all’attività professionale la scrittura.

Quando raggiunsi la Casa per la prima volta, un profondo senso di malinconia mi morse il cuore. Il rosa della sua facciata era stinto, la pelle diafana di un uomo nei suoi ultimi giorni di vita. I mosaici delle sue vetrate erano tanto opachi da riflettere la luce sull’erba secca delle aiuole, pur di non farla filtrare all’interno. Non ebbi il coraggio di violare le sue viscere fintanto che la sua carne non fosse stata risanata.Non mi rivolsi a ditte specializzate. Decisi di fare tutto da solo. Quella sarebbe stata casa mia e, perché lo fosse, avevo bisogno che nessun altro la toccasse. Mi rimboccai le maniche.Iniziai la mia rivoluzione raccogliendo le foglie secche da terra. Liberare i ciottoli del sentiero fu come togliere il telo da una salma all’obitorio. Sostituii le parti lese dei pluviali e delle grondaie. Alle prime piogge, l’acqua che correva in quei tubi verticali era nuovo sangue che tornava a circolare nelle vene. Sistemate le appendici, mi dedicai alla ritinteggiatura. Mi sentii Dio vedendola così viva di nuovo colore. La Casa, e dietro di lei il cielo.Passai alle vetrate. Non so perché le lasciai per ultime. Mentre le lucidavo e lentamente riuscivo a vedere gli interni, le immaginai come occhi spenti. A ogni passaggio della mia mano su di esse avevo la sensazione che mi concedessero di guardare dentro la loro anima. Quando anche l’ultimo tassello smise di riflettere la luce, mi allontanai e rimirai ancora una volta il mio lavoro e la sua accettazione.Estrassi la chiave dalla tasca e la guardai a lungo prima di inserirla nella toppa. Era bellissima. Antica. Schiava di un tempo che aveva smesso di appartenerle. I meccanismi della serratura opposero resistenza: la facciata risanata mi aveva fatto dimenticare la malattia interna. Ruotai la chiave cercando di non espandere la ferita, la mossi con accortezza: un chirurgo che impugna un bisturi al buio e cerca di non intaccare gli organi sani. Clack. Si aprì.La porta, schiudendosi, esalò un alito di vento. Fu il suo primo respiro dopo tanto tempo. Un respiro di esistenza rinnovata.Calpestando il parquet dell’atrio, penetrai in un corpo vivo. Sotto i miei piedi, lo scricchiolare delle assi gridava la colpa di aver violato un luogo sacro. Feci un passo indietro, ritornai sull’ardesia gelida del gradino d’ingresso. Mappai con lo sguardo le zone più danneggiate del pavimento, poi rientrai con una nuova coscienza. Ogni passo era una preghiera di silenzio.Il legno consunto era il polmone di un vecchio fumatore; sospiri e rantoli, gli echi dei miei passi, sbiaditi sopra gli strati di polvere che disegnavano una seconda pavimentazione sopra quella originale. Navigai il pianterreno come una spia, tentando di non farmi notare da tutti quei nessuno che la Casa l’avevano già abitata. Attorno a me, solo macerie di vite altrui. Legno logoro, piastrelle spaccate, candelabri a terra e segni di cera consumata. I resti di credenze antiche e blocchi di marmo scheggiati parevano ossa riesumate.La Casa aveva una storia che io stavo per cancellare e riscrivere.Indossai i guanti: non potevo permettere che le schegge del legno in necrosi mi contagiassero. Portai fuori tutte le carcasse del mobilio in malora e diedi loro fuoco. A ogni elemento che la abbandonava, la Casa rispondeva amplificando i suoi echi. A ogni elemento che si spegneva in cenere, io la rispettavo sempre meno. In breve tempo dimenticai come si evitava il rumore.Ripulii il pianterreno dalle vecchie scorie. Conficcai una bandiera invisibile nel salone. Stavo reclamandone la proprietà.Spazzai via la polvere, estirpai le ragnatele e i nidi degli insetti calcificati negli angoli. Diedi una nuova apparenza all’ambiente. Spalancai le finestre, lasciando che la luce toccasse le pareti di quel corpo ormai svuotato dei suoi nutrienti. Poi salii le scale. Ogni gradino emetteva un suono diverso. Ogni asse aveva un differente livello di usura, come se i precedenti abitanti le percorressero a passi irregolari, scivolando da un gradino all’altro aritmicamente.Giunto al piano superiore, rimasi interdetto. Mi ero tanto concentrato sulla pulizia del piano terra da dimenticarmi delle condizioni iniziali della Casa. Rivedere per la seconda volta quell’ambiente cupo e stantio mi gettò nello sconforto.La Casa non voleva lasciarmi prevaricare. Mi stava sfidando.L’uomo contro la storia.I lavori mi chiesero più sforzi del previsto. Non sapevo se fosse per la mia stanchezza o per la sensazione di dover cominciare da capo quel calvario. Le polveri sembravano fuse al pavimento, il legno era pesante, saturo dell’umidità di una perdita idraulica. I muri del bagno erano coperti di muffa e funghi: la natura era passata prima di me. La Casa soffriva di una patologia che non potevo vedere. L’unica soluzione era scavare più a fondo nel suo organismo.Impugnai la mazzetta. Colpii ripetutamente la parete su cui poggiavano i resti della vasca. Mentre distruggevo le piastrelle e queste emettevano il loro suono acuto, l’intonaco si sfaldava, fondendo alle note precedenti quelle di ossa spezzate.Quando la pavimentazione fu completamente subissata dai detriti, il muro mise a nudo le tubature arrugginite e le guarnizioni marce delle giunture. Guardandole, vidi il tempo in cui avevano iniziato a perdere liquido e a intossicare la Casa.Affondai le braccia nelle crepe che io stesso avevo generato, mi avvinghiai ai tubi e iniziai a tirarli con veemenza verso di me. Nella foga caddi all’indietro, trascinandoli sul mio corpo in un turbinio di ferraglia. Nel corso dei giorni li sostituii con arterie nuove.In qualche settimana, la Casa era finalmente diventata una casa.Restava solo da imbiancare. Rimossi la carta da parati, staccai le ultime croste cicatrizzate dalla pelle rinsecchita. Passai il rullo più volte: stavo imponendo alle pareti una maschera di bianco, senza però poterne cambiare veramente il volto.Mentre tingevo il soffitto del piano superiore, sentii inciampare il rullo in una fessura sopra la mia testa. Mi fermai. Era una botola, mimetizzata sotto lo stesso colore delle pareti. Trasalii: lei aveva ancora segreti.Lasciai da parte gli attrezzi e portai sul posto una scala. Mi arrampicai sui suoi pioli fino a giungere a portata di quella lastra di legno mobile. Spostandola, dipinsi i miei palmi di bianco: un’impronta candida che mi aprì la via per la soffitta.Sbucai in un ambiente calmo, quasi accogliente. I mobili, pur coperti di polvere, erano integri e al loro posto. Fui pervaso da una strana felicità. Un senso di gratitudine divina. Mi issai al piano lasciando le gambe a penzoloni. La stanza era inondata di luce. Una piccola finestra alloggiata in un abbaino, invisibile dall’esterno, permetteva al sole di colorare l’aria di sfumature sovrannaturali.Proiettai il mio sguardo su ogni oggetto. Un brivido mi scosse: per un singolo istante, sul letto perfettamente rifatto, scorsi la sagoma di una ragazza dai capelli scuri. Era un’allucinazione del cervello della Casa. Feci respirare anche lui, arieggiando.Appena aprii la finestra, un vento caldo irruppe. Sembrava disegnare terminazioni nervose, fendendo l’aria. Corse verso il letto, che iniziò ad agitarsi nervosamente. Il lenzuolo prese volume, si gonfiò di una vita invisibile e iniziò a fluttuare di fronte a me.Solo allora ricordai di aver paura dei fantasmi.Corsi e raggiunsi la botola prima che il velo potesse assumere sembianze più terrificanti. Saltai nel vuoto. L’impatto con il pavimento fu traumatico. La caviglia si piegò, slogandosi.Arrancai. Il terrore mi stava attanagliando.Non trovavo più le scale. La polvere, che prima attutiva i miei passi, era diventata carne viva: i miei piedi sprofondavano nei succhi gastrici. I corridoi partorivano stanze sconosciute. A ogni svolta, un muro bianco.La Casa stava cambiando fisionomia. Mi voleva intrappolare.Mi fermai. Non poteva essere vero. Dovevano essere la micosi dei muri e le spore dei funghi che mi avevano infettato i polmoni. Allucinazioni. Solo maledette allucinazioni. Scossi la testa, tastai la caviglia gonfia e violacea. Alle mie spalle, il lenzuolo continuava a levitare. All’altro capo del corridoio, finalmente, le scale.Tentai di correre, ma dalla parete, fattasi viscosa, emersero decine di braccia. Mi trattenevano, incapaci di staccarsi dal muro: un involucro troppo resistente per sfaldarsi, ma abbastanza duttile da mutare. Le afferrai una dopo l’altra. Le torsi con violenza. Ogni arto spezzato si riduceva in brandelli di calce e cemento. Toccava terra e si spargeva come liquido colloso. Mi liberai.Il lenzuolo mi era ormai accanto. Vedendolo da vicino, rabbrividii.Dei tagli sulla sua superficie disegnavano occhi e bocca. La pendenza delle linee che colavano lungo i suoi drappeggi annunciava orrore e violenza. Guardai verso le scale: scomparse. Un altro dannato muro si era eretto tra me e la mia salvezza. Mi ci lanciai contro facendo leva sul piede sano. La mia spalla sfondò la superficie. Ero dall’altro lato. Nella voragine del cartongesso, il fantasma non smetteva di avanzare.Rialzandomi, la caviglia urlò. Il dolore era il segnale: l’adrenalina stava svanendo. Ma la paura? Perché non la provavo più?Scesi le scale aggrappato al corrimano, un vecchio amico che mi doveva un favore. Persi il senso del tempo: i passi erano eterni.Giunto all’ultimo gradino, abbandonai la presa. Convinto di reggermi, caddi.Rimasi sdraiato su un fianco. Dalla cima delle scale, l’angoscia mi osservava, mutando in curiosità. Quella nuova angolazione, quel punto di vista forzato, cambiò ogni cosa.Il lenzuolo mi fissava. Osservai di nuovo i suoi tagli. Non erano minacce. Li avevo guardati dalla parte sbagliata. Erano occhi tristi.Il fantasma non era lì per scacciarmi. Era lì per ascoltarmi. Per sentire, dopo un’eternità, una voce umana.Lasciai che mi raggiungesse con la sua grazia vulnerabile. Quando fu a pochi passi, mi alzai. Accorciai la distanza tra i nostri corpi con un movimento lento, quasi una carezza.Il vento stava suonando una musica ancestrale. Colsi i lembi di seta del lenzuolo e li unii in un unico, folto drappeggio. Danzai con il fantasma per tutto il pomeriggio. Gli sussurrai che non volevo rubare la sua dimora, che la mia fuga era solo terrore. Gli dissi che ballava bene, che era un peccato non avere più un corpo per muoversi. Gli chiesi di perdonarmi.Il vento cessò. Sentii il telo perdere vigore, il corpo rinsecchire mentre le bave d’aria abbandonavano le sue interiora.Appena mi accorsi del suo deperimento, lo raccolsi tra le braccia. Non avrei permesso che cadesse a terra. Solo allora la caviglia tornò a pulsare. Fui io a cadere in ginocchio.Mi ritrovai solo, nella Casa, con le spoglie del lenzuolo tra le mani. Provai pietà per lui; la provai per me.Con un gesto netto lo srotolai nell’aria, lasciando che si afflosciasse sulla mia testa per avvolgermi. Sotto quella seta traslucida, il sole disegnava i miei lineamenti filtrando tra le pieghe incorporee.Mi abbracciai con le braccia del fantasma.Mi baciai con le labbra del fantasma.Mi addormentai nel suo ventre, sommerso nel bianco.

Manuele Morreale

Nasce a Genova. Dopo un lungo percorso come cantautore, sceglie di avvicinarsi alla narrativa, trovando nella forma del racconto un linguaggio capace di accogliere ciò che la canzone non riusciva più a contenere. Continua a esplorare la scrittura come spazio di ricerca espressiva.

Dentro strati di cellulosa ti ho trovata
mangiavi carta per non urlare
te ne nutrivi come un animale
di tutte le parole che non dici
che dicono di significare ma sai
che significano niente
la vecchia convenzione
ti affascina di loro
quel credere al credere
che ammorbidisce, intorpidisce
da cui ti fai rapire per stanchezza
ma sai bene
che in ognuno di quei suoni
il senso è figura
sono solo suono incosciente
che ulula al buio
che a qualsiasi gradazione di emissione
sarà aria
così respirabile ancora
che tu possa coglierla sino all’ultimo
d’altra parte non sappiamo
se esiste un’altra parte
è perciò tale il rivolgersi all’effimero
da volerlo immobilizzare
ma mentre mangi la carta
ti sale addosso l’impossibile del mondo
che fai coperta
da cui sai scaldarti
e in questo momento riveli
la più piccola forma dell’essere
nell’essere grande la sua essenza
unirsi, afferrarsi, raggiungersi
in realtà, amarsi

Barbara Lanzafame

È scrittrice, danzatrice e storica dell’arte. Il suo percorso si sviluppa nell’ambito delle arti contemporanee, attraverso progetti che mettono in relazione scrittura, corpo e pratica coreografica. Dal 2023 è ideatrice e autrice della ricerca corpopoesia, un’indagine sulle possibilità di incontro tra danza e scrittura poetica.

Traslo immagini dal mio corpo al tuosebbene le filamenta madri non si scorgano
rabbia e colpa bruceranno sempre la veste.
in quella stanza ti ho auscultato
nei tuoi occhi non rilevo acqua
attentivo in ogni tuo passo
sei lucidità che disarma
l’inferriata si fa insidiosa,
senza appiglio
le braccia frantumano
punto i piedi sulla strada
in quattro frecce immagino
la disposizione della tua camera
mobili Ikea impronunciabili in serie
non hai mai dormito sulla rete di un letto
(ti scambieranno per Luna,
la gatta che bazzica in giardino)
Con minuzia ci misurano corpi, umori,
il tempo di sistemarti un ingranaggio.
Il vostro esercizio diuturno
va bene non va bene,
è legge.
Ora reclami la pastiglia
butta giù d’un fiato la rabbia
mi dici vai! notte! cosa vuoi ancora?
le tue parole le piango a casa
signora, gli orari di visita sono
dal lunedì al venerdì
dalle sette alle sette e dieci
giorni festivi esclusi.

Doriana Alba Granzotto

Vive a Venezia, dove si è laureata in Arti Visive. Scrive poesia e sperimenta linguaggi che attraversano parola, immagine e ricerca artistica.

Quando arriva il mio turno, entro nella stanza quasi in punta di piedi, come un imputato che deve presentarsi davanti al giudice la cui sen-tenza può cambiare radicalmente tutta la sua vita.
Mi stringo la cartellina al petto e trovo conforto nel pensiero dei do-cumenti che ho portato con me, meno di quelli richiesti, ma spero che siano comunque sufficienti per perorare la mia causa. Non impor-ta quanti esami io abbia fatto, tutti quei referti sono inutili se il risulta-to che attestano è negativo. Quindi tutto ciò che ho con me sono le diagnosi del reumatologo privato prima e dell’ospedale dopo, le terapie che ho provato senza risultato, la relazione del mio medico di base.
Spero che basti.
Deve bastare.
Non ci credo fino in fondo e quasi mi aspetto già un verdetto nega-tivo, ma ho bisogno di ripetermi quelle due parole in mente, sillaba dopo sillaba, mentre alle orecchie mi ritorna ogni etichetta con cui i medici mi hanno liquidata in dieci anni: depressa, ipocondriaca, troppo sensibile, fantasiosa, alla ricerca di attenzione.
Non è vero.
Io non sono così.
Non è nella mia testa.
Raggiungo piano la sedia solitaria in mezzo alla stanza che è stata appena lasciata libera dal candidato prima di me. Mentre mi passava accanto, ho notato che la manica destra della sua camicia pendeva flo-scia, come un serpente senza vita.
I membri della commissione, cinque in tutto, sono disposti a ferro di cavallo intorno alla sedia destinata a me. Nessuno di loro mi sprona a sbrigarmi, e questo mi consola.
Forse capiscono.
Forse loro saranno ben disposti e mi ascolteranno, mi crederanno.
Mi sembra troppo bello per illudermi. Ma, forse, capiranno almeno che non sto rallentando i miei movimenti apposta: fa male, fa male davvero. Nei pochi passi che dalla soglia mi conducono fino alla sedia è come se avessi camminato su un pavimento di vetro a piedi nudi.
Finalmente mi siedo, ma la sedia di plastica blu è così scomoda che invece di darmi sollievo mi acutizza il dolore alla schiena.
Vorrei rimettermi in piedi.
«Buongiorno», saluto, pur di dire qualcosa.
Non so come comportarmi, e mi inumidisco le labbra per tenere a freno la tensione. Mi aspetto che mi facciano domande, che indaghino fino a farmi cadere in contraddizione, che mi chiedano di mostrare degli esami del sangue che non parleranno a mio favore.
Non voglio sbagliare.
Non posso permettermelo. È la mia unica occasione di esistere sul serio fuori dagli ambulatori di reumatologia.
Non devo sbagliare.
Tremo, mentre l’ansia cresce, e un brivido di dolore mi risale dai tal-loni fino al cervello, come una scarica elettrica.
Serro le labbra, il lamento mi sfugge comunque.
«Buongiorno», mi risponde una donna alla mia destra. Ha un sorriso affabile con qualcosa di materno. Quando mi chiede conferma del mio nome, lo fa senza controllare prima sui suoi appunti.
«Ho portato dei documenti…» inizio a dire, ma una voce maschile, dall’altro lato, mi interrompe subito: «Non servono.»
Mi blocco immediatamente.
Ho già sbagliato?
Il tono non era severo però, solo molto annoiato, come di chi ripete sempre il medesimo copione e ormai è stanco di portarlo in scena. Quando mi volto verso di lui, vedo un uomo calvo che si sta grattando la testa.
«Ah.»
Non so come altro commentare, quelle parole mi prendono del tut-to in contropiede.
Mi mordo un labbro.
Perché?
Non ha alcun senso che non vogliano controllare i referti medici, non sono la cosa più importante? Però forse è anche una cosa buona per me, almeno in questo caso.
Oltre alla diagnosi di fibromialgia, non ho molto altro da mostrare.
«Titolo di studio?» è la prima domanda che mi viene posta, da un uomo che siede esattamente di fronte a me. Ha grossi occhiali dalla montatura a giorno che lo fanno somigliare a un professore, e ha la mano destra ferma sul mouse, sul quale ha appena finito di cliccare un paio di volte.
«Frequento l’università», rispondo.
Un nuovo clic dal mouse.
Mi muovo a disagio sulla sedia che si fa ogni secondo più scomoda, mi sembra che lo schienale si stia incidendo a fuoco poco al di sotto delle mie spalle.
Voglio alzarmi.
Posso farlo?
Andrebbe bene se chiedessi di poter stare in piedi?
Non dico nulla comunque.
«Facoltà?»
«Filosofia. Prima…» mi blocco.
La risposta è difficile, troppo.
Come faccio a spiegare che ho dovuto cambiare facoltà senza farlo sembrare un capriccio mascherato da necessità? Come faccio a far ca-pire che avevo dovuto rinunciare non perché la mia media era bassa ma perché non ero in grado di garantire la frequenza obbligatoria pre-vista? Come faccio a far capire la disperazione che quasi mi aveva mangiata viva quando avevo finalmente capito che “frequenza obbliga-toria” e “fibromialgia” non sono due cose che possono andare d’accordo facilmente?
«Prima frequentavo…»
Non faccio in tempo a finire la frase.
«Lavora?»
Rimango spiazzata per un attimo, poi scuoto la testa, piano, per pau-ra che le vertigini possano afferrarmi da un momento dall’altro.
«No. Ma… riguardo l’università…»
«Guida?»
Ah, quindi è così che funziona.
Se viene fatta la domanda successiva, quella precedente è chiusa per sempre.
Devo essere più veloce, allora.
Ma mi fa male la testa, le frasi si confondono, e la mia bocca è im-pastata tra ansia e fibrofog che combattono per confondermi il cervel-lo.
No.
Non posso permettermi di sbagliare.
«Ho la patente, ma no, non posso guidare», rispondo tutto d’un fia-to, non prendo nemmeno il respiro tra una parola e l’altra. Devo parla-re il più velocemente possibile, prima che mi interrompano per passa-re al prossimo argomento, perché per me invece questo punto è mol-to importante, forse uno degli aspetti più invalidanti della malattia che ho. Lo devono capire.
«A volte mi fanno male le gambe o le braccia e mi si bloccano an-che per un’ora e se mi dovesse accadere mentre guido…»
«Esce spesso?»
È così improvviso che non posso impedirmi di mormorare un:
«Cosa?»
Ma non ho nemmeno il tempo di realizzare con quanta brutalità si sia già passati alla domanda seguente, non ho il tempo di rispondere, perché già mi stanno chiedendo altro, e non sapranno mai se esco spesso oppure no.
«Difficoltà nell’utilizzo del computer?»
E si va avanti così, per un tempo che non riesco nemmeno a quanti-ficare, ancora e ancora. Le domande si susseguono senza posa, dan-domi a malapena il tempo di rispondere a monosillabi, come un fiume in piena che mi travolge inesorabile.
Così non va bene.
Non va bene.
Non possono capire se continuo così.
Vorrei poter articolare meglio, spiegare che sì, posso camminare ma no, non posso farlo a lungo e soprattutto non posso farlo sempre, che sì, sono autosufficiente ma alcune volte il dolore ai muscoli delle spal-le e delle braccia è talmente forte da non permettermi nemmeno di prendere una penna in mano e scrivere; vorrei dare un minimo di contesto a quei “sì” e “no” secchi che sono costretta a dire, ma ogni volta che ci provo, la mia risposta viene troncata a metà.
Ma certo.
Certo che accade.
Di che mi stupisco?
Non mi hanno dato ascolto i medici che sono pagati per curare i lo-ro pazienti, non era possibile che cercassero di capire loro che invece sono pagati proprio per non credere a chi sta loro di fronte.
E però ogni volta che mormoro una risposta, non posso fare a me-no di cercare con lo sguardo una qualche forma di approvazione da parte della commissione, di cercare di scorgere in una piega delle lab-bra qualcosa che mi indichi che riconosceranno la mia malattia come invalidante.
Mi credete, vero?
Glielo chiedo con lo sguardo, ma non mi rispondono.
Non mi guardano.
Oppure sì?
E allora rispondo, dico quei “sì” e “no” striminziti che invece vo-gliono dire tutto, e ogni volta mi sembra di dare le risposte sbagliate, ma non lo so dove sbaglio. Ho paura. E sento che la mia sincerità di-sperata male si sposa con lo stereotipo dell’invalido che loro hanno ben chiaro in mente, che a ogni mia affermazione loro si aspettino in-vece una negazione e viceversa.
Poi ci arrivo.
Ecco dove sbaglio.
Ho ventitré anni.
Sono una ragazza troppo giovane per stare così male.
Non mi crederanno mai.
No, mi guarderanno anche loro come tutti gli altri, anzi pure peggio: non sarò ipocondriaca qui dentro, non lo sarò quando uscirò da questa stanza, no, sarò solo un’impostora, una giovane truffatrice in erba che cerca di accaparrarsi un’invalidità a cui non ha nessun diritto.
Che cosa devo fare?
«Va bene così», dichiara a un tratto la donna col sorriso materno, e la sfilza di domande si interrompe di botto.
No, non va bene per niente!
Come può andare bene così?
Non mi è stato chiesto niente su come mi sento, non hanno nem-meno nominato la parola “fibromialgia”.
«Ma…», provo a dire. Rinuncio quasi subito. E se insistere fosse sbagliato?
«Tra circa quindici giorni riceverà la comunicazione con l’esito», ag-giunge sempre la stessa donna. «Buona giornata.»
Gli altri non mi dicono niente, smettono pure di guardarmi, già in attesa che arrivi il prossimo candidato all’invalidità civile.
«G-grazie», balbetto, più per buona educazione che per altro.
Mi rimetto finalmente in piedi, ma sono a pezzi. Se potesse parlare, la mia schiena sospirerebbe di sollievo, anche se le mie gambe implo-rerebbero di risedersi il prima possibile.
Esco dalla stanza e vengo quasi immediatamente sostituita da un ra-gazzo in sedia a rotelle. Mi sento come se mi fossi appena alzata da un colloquio di lavoro, dove avevano più importanza le certificazioni di lingua straniera che le relazioni del medico.
Forse sono stata davanti alla commissione sbagliata?
I quindici giorni trascorrono così lenti e monotoni che quasi mi di-mentico di star aspettando quella raccomandata. Il pensiero viene se-polto sotto i libri per l’esame di sociologia dei fenomeni politici, sei CFU che so già che non riuscirò mai a preparare per l’inizio della ses-sione.
Così, quando finalmente il postino suona al mio citofono e mi chie-de di scendere per firmare, fatico qualche istante a capire a che cosa si riferisca.
Raccomandata?
Quale raccomandata?
Poi un flash: il colloquio, la commissione, tutto ritorna troppo in fretta e troppo vivido.
Imbocco la rampa di scale del pianerottolo con il cuore in gola. Vor-rei volare giù, ma appena poggio il piede destro, un dolore acuto mi attraversa il polpaccio e devo afferrare il corrimano per non rotolare giù come una palla da rugby.
Respira.
La busta non scappa via.
Scendo piano.
Fuori dal cancello, il postino mi sta aspettando con una mano ap-poggiata al muretto, forse annoiato, forse no. La tettoia lo protegge a malapena dal sole. Aspetta che lo raggiunga e mi porge in malo modo tre buste tutte uguali con l’inconfondibile logo azzurro in alto a sini-stra e un piccolo palmare per la firma elettronica.
«Firma qui.»
Prendo il pennino, ma sono così in ansia che la mia firma è irrico-noscibile perfino ai miei occhi.
«Grazie», dico, restituendogli il pennino e prendendo le buste. Adesso che le ho in mano, mi sembrano molto più pesanti di quanto non immaginassi.
Le apro?
Non le apro?
Ho paura e mi batte forte il cuore: là dentro sono contenuti i fogli che potrebbero cambiare la mia vita.
No, non in quel senso.
Lo so anch’io che non avrò vere agevolazioni in nessun caso, e nemmeno le voglio: lo so perfettamente che dovrebbe essermi rico-nosciuta l’invalidità oltre il cinquanta per cento perché si abbiano vere agevolazioni e so già che è uno scenario impossibile, e non mi interes-sa.
Non è ciò che voglio.
Ma se mi hanno riconosciuta?
Se mi hanno detto di sì, sei invalida civile?
Avrò quel riconoscimento.
Sarà piccolo, minimo, forse anche inutile, ma vero.
Avrò un documento che attesta che quello che provo è reale anche se non visibile, per poter dire quando parlo con qualcuno: esisto, è vero. Non me lo sto inventando. Sto male. Ed è scritto qui, nero su bianco, non sto mentendo.
Ho paura.
Ma devo sapere.
E devo sapere subito.
Non aspetto nemmeno di tornare a casa per aprire la prima busta ed estrarre il fascicolo di fogli che contiene. Non mi serve sfogliarli tutti per leggere ciò che cerco, e quando lo trovo mi sento un peso sullo stomaco che mi trascina giù.
Richiesta rifiutata.
Esito negativo.

Valentina Nicolosi

Laureata in discipline umanistiche. Nella sua scrittura esplora temi legati al corpo, alla fragilità e all’esperienza della malattia.

Andava ogni giorno al bar da Mario. Arrivava all’una, ordinava una cioccolata amara in tazza piccola, poi piano piano si trascinava al suo posto, quasi strisciando, all’angolo sinistro, addossato al muro su cui fissava il viso, rannicchiandosi, scansando lo sguardo altrui.
Non lo sopportava. Ma gli altri non lo guardavano affatto. Attaccato al muro, quasi un arazzo o un quadro, solo qualcuno, di rado, ha mai fatto caso a lui. Tutti gli altri lo ignoravano, tutt’al più davano un occhio distratto, poi tornavano ai loro affari. Così, quando sparì, solo il barista lo notò:
«Strano: oggi manca», rimuginò fissando il posto vuoto, ma subito fu distratto dalla chiamata a un tavolo:
«Allora, il conto?»
«Arrivo, arrivo, un attimo.»
Dopo un paio di giorni, un tizio, incuriosito, domandò di lui:
«Mario, ma il tipo vicino al muro non si fa più vivo?»
Solo allora il barista lo ricordò:
«No, non l’ho più visto. L’ho proprio rimosso. Lo conosci?»
«No, no. Domandavo soltanto. Un tipo molto strano.»
«Già. Ogni tanto mi impauriva. Parlava da solo, non ci capivo nulla, farfugliava.»
«Anch’io lo trovavo alquanto pauroso. Ma ormai non dobbiamo più darci importanza, no?»
Il sì di Mario non fu molto convinto. La scomparsa iniziò a turbarlo quanto la visita quotidiana, troncata così all’improvviso.
«Sai, non ci ho fatto caso ’sti giorni, ma ora, nominandolo, non lo so… mi domando… sarà morto?», ipotizzò, portandosi un sigaro alla bocca, aspirando in profondità. Non appariva poi tanto anziano, ma chissà, chi può dirlo.
Capita di tutto: un ictus, un infarto. Via, dritto in Paradiso.
Si scrollò di dosso i dubbi tornando a casa sotto una pioggia improvvisa, ma fu una nottata agitata: sogni privi di logica, sonno a singhiozzo, dolori in tutto il corpo.
L’indomani mattina aprì il bar in anticipo. Passò di lì la raccolta rifiuti, in cui lavorava un suo amico di infanzia. Lo salutò, ma Mario non si girò, stava dritto impalato alzando pian piano la grata arrugginita. Spalancata la porta, andò subito ai macchinari, sudando, ansimando, col volto livido. Si calmò solo quando colò in una tazza piccola una cioccolata amara. Si accomodò allora in un angolo, con la faccia rivolta al muro.
All’alba il bar cominciò ad affollarsi.
«Buongiorno, Mario? Mario? Qualcuno al banco?», domandò il primo, non notando la figura addossata al muro. Bussò sul tavolo, ma non vi fu alcuna risposta.
«Mario? Mario sono Luigi, ’ndo cazzo stai?», gridò voltando lo sguardo in ogni lato. Solo allora notò l’uomo con la cioccolata.
Gli si avvicinò con un po’ di paura, lo toccò con la mano sulla spalla:
«Mi… mi scusi, ha visto Mario?»
L’uomo si voltò: occhi grigi, naso adunco, labbra sottili.
Abbozzò un sorriso.
«No, non l’ho visto.»

*lipogramma in “e”

Antonio Cretella

Insegna Lettere al liceo.
Poeta e scrittore, ha pubblicato Protoparole, Le Metamorfosi e Lipodrammi.

Morning is due to all -
To some - the Night -
To an imperial few -
The Auroral Light.

Emily Dickinson

Li tiene buoni per una decina di minuti. Il tempo di assegnare le pagine di geografia che andranno svolte subito in classe, in silenzio se possibile, mentre lei si concede di parlarmi.
Perché ha il cuore a pezzi e non sa proprio dove metterci sopra le mani, quindi stamattina appena sono entrata a scuola l’ho vista da lontano che mi aspettava davanti alla sua classe e stava piangendo senza rimedio, come a dire: che cosa ci faccio adesso con questi pezzi? Se ci volessero settantacinque giorni a dimenticarlo, io li dormirei tutti e mi sveglierei rigenerata. E invece non sa come fare, e quando rientra dal campetto lo deve sapere, ché la classe non conosce ignoranza e lei deve assegnare le pagine. Così li tiene buoni per una decina di minuti.
Poi commette un errore clamoroso: contatto visivo. Basta che ne guardi uno e ti si alzano tutti, uno dopo l’altro, tutti ti vengono a chiedere, maestra, di aiutarli – come faccio con questi pezzi?
Così pazientemente prende il libro di uno sulle ginocchia – lo fa con una specie di padronanza, forse un’intimità che io le invidio profondamente, quel libro è cosa sua – e mentre con le sue mani bianche di maestra giovane indica la Pangea e disegna cerchi invisibili col dito sulla Pantalassa, lei alza gli occhi al ragazzo e aspetta la risposta. Alla fine lo imbocca addirittura con la prima parola e così finalmente quello si batte la fronte con la mano e quasi lo urla facendomi saltare sulla sedia: è la deriva dei continenti.
La deriva dei continenti: la bellezza della locuzione è sconcertante. A me sembra perfetta così com’è, persino senza una storia dietro al suo dato di fatto: dev’essere quella che mi fa saltare sulla sedia, mi dico, la bellezza. Eppure, subito sento come una corrente di senso che mi si arrampica su per la schiena, che mi costringe a stare dritta e a riprendermi negli occhi la mia maestra: la guardo e penso che soltanto ieri mattina noi due eravamo insieme a fare il pane – che vuol dire che eravamo al Campidoglio per vedere l’alba.
Per cercare di prenderci una bellezza più grande di qualunque delusione, di qualunque locuzione ingoiata a forza e amaramente mandata giù: dopotutto pare che a chiunque sia dovuto il mattino, ad alcuni la notte e soltanto a pochi eletti spetti la luce dell’aurora. A pochi eletti imperiali, questa è la parola esatta della poesia, quindi eccoci, siamo venute a scoprire che il sole si affaccia proprio dietro alla cupola di San Giuseppe dei Falegnami sul foro – imperiale.
E capisco solo adesso, guardandola in classe, che quello che abbiamo fatto tutto il tempo ieri, tutto il tempo senza saperlo, è stato assistere insieme – a un’ora e in un luogo decisamente imperiali – assistere, dico, alla deriva: pezzi di terra, tessere di porfido e granito, avanzi di marmo e di travertino che si dividono, che si allontanano l’uno dall’altro e non c’è modo di fermarli, non c’è modo di tenerli insieme.
Questa è la deriva dei continenti, signori: potete vederla agiatamente apparecchiata da in cima al Campidoglio mentre vi scivola via per le mani tra una colonna e un frontone nel foro, oppure la potete passeggiare per i corridoi dei Capitolini, una stanza dopo l’altra, un busto dietro a una caviglia dietro a un seno dietro a una clavicola.
Ché per arginarla si tirano su musei, si sollevano gallerie, si erigono pinacoteche, si circoscrivono anfiteatri, ma non c’è verso, non c’è verso: i pezzi si dividono e si allontanano, semplicemente quelli non stanno insieme. Una gamba e il suo piede, una mano e il suo dito, un naso e la sua faccia, un Amore e la sua Psiche: alla fine pure quei due verranno spezzati da una leggera scrollatina della crosta, vedrete che anche quei due si divideranno e si allontaneranno e andranno a finire su due continenti separati dal mare: a un certo punto loro non si vedranno più.
Noi due invece li abbiamo visti, oh se li abbiamo visti, e hanno ancora i fianchi così vicini che quasi si toccano, il ventre perfettamente allineato e così pure l’ombelico. Bisogna proprio guardarli senza pudore, svergognatamente bisogna fissarli da vicino affinché si imprima nella memoria quella loro prossimità così prossima alla deriva.
E posso giurare che siamo state le uniche a vederli davvero ieri mattina, le uniche a presagire il leggero discostamento, a indovinare il millimetrico movimento che è già nato nelle dita di lui che cercano le labbra, nella testa di lei che è così perfettamente inclinata per prendersi tutto il bacio. Per perdersi tutto il bacio.
E chiunque sia passato per la sala ci avrà viste svergognatamente guardare: così intente nello sguardo, così immobili li stiamo fissando che noi due non abbiamo più bisogno di parole per dircelo, noi due abbiamo capito che non c’è verso, non c’è verso, signori: noi due siamo finalmente diventate un’altra statua – e stare insieme dentro a questo silenzio che guarda è la nostra piccola segreta consolazione.
Per questo torneremo ancora a fare il pane, su questo non c’è dubbio alcuno.
Adesso è lunedì mattina, e la classe, che non ammette ignoranza, che esige una spiegazione onesta, la classe vuole avere la sua risposta alla domanda di geografia: uno per uno quelli si alzano tutti, e tutti te lo vengono a chiedere, maestra, di aiutarli – come faccio io con questi pezzi?
E l’unica risposta vera che la maestra possa dar loro è anche la più bella da ascoltare – viene da piangere per quanto è bella. Così tutti noi in piedi ci battiamo la fronte con la mano mentre la ripetiamo in coro: è la deriva dei continenti.

Chiara Moriconi

Vive e lavora a Roma. È docente di lingua inglese, specializzata in letteratura inglese. Coltiva la scrittura poetica e narrativa, con particolare attenzione alle forme brevi e alle epifanie del quotidiano.

Lontano
continui a conficcarmi gli occhi
ma
davanti a me
ti sgretoli.
Crolla l’oro
scrostato
nel cratere del giorno,
mi nutro della sua polvere.
Si fonde la rugiada
sul sangue del tappeto a fiori
e
in uno spasmo assiderato
solo
di noi
l’idea

Francesca D’Ambrosio

Non scrive per addizione, ma per sottrazione dei suoi pensieri. Prima che (s)cadano.

𝗔rrivo a Torino alle 19.30 e sarebbe𝗕ello trovarti lì. Giù dal treno, su dai binari.𝗖ome ci siamo salutati tre giorni fa – Ti ricordi? – tu che non hai nessun problema e𝗗ai, mi hai detto – che ci rivediamo tra poco𝗘 io𝗙iglia di solitudini accumulate in altrui partenze𝗚iuro che è straziante, anche solo un saluto, anche solo fare ciaociao con la mano e non dire niente. Anche se𝗛ai preparato un biglietto d’amore per me, ogni giorno che passa. Lo sai𝗜o ho bisogno di presenza, non mi basta sapere che sei da qualche parte e che mi pensi.𝗟a materia non si misura in pensieri,𝗠a con le mani, con io che ti tocco le braccia, la schiena, il𝗡aso, e tu lì. A riempirmi l’aria di respiri.𝗢ra non mi puoi convincere che è lo stesso𝗣erché non mi freghi più con le tue storielle.𝗤uesta è la mia idea e se non cambia stare nello stesso luogo, se non cambia, per te𝗥esta.𝗦tai qui𝗧u con me. Che per me, cambia la forma dello spazio, la consistenza del tempo.𝗨n treno dopo l’altro ti arriverò incontro e chissà forse un giorno𝗩errà il tempo in cui potremo stare lontani o vicini e sarà uguale amarci. Ora però, il mio cuore è𝗭oppo e ho bisogno che ci sei. Segnatelo bene sai, 19.30, Torino. Trovarti giù dal treno, su dai binari, davvero lo vorrei.

Hélène Carlotta Lupatini

È autrice e redattrice. Nella sua attività intreccia scrittura, progettazione editoriale e ricerca culturale.

La distanza è un fiume di vapore,
colata lenta che si attorciglia tra le dita
e poi si ritrae,
serpe cieca che non sa se mordersi o dissolversi.
Il tè fuma nella porcellana incrinata,
odore di foglie arse,
acqua che ha smarrito la memoria della pioggia,
che evapora come un respiro rubato.
Primavere scadute marciscono sui davanzali:
papaveri disfatti,
petali incollati ai vetri come ferite di carta,
rossi che scolano nel fiato grigio della polvere.
Farfalle stordite, addormentate sotto un cielo inclinato,
volano al contrario,
ali che incidono la luce
fino a farla colare in rivoli neri.
Il sole, sfinito, cambia pelle ogni ora,
striscia sui muri,
non ricorda se era oro o ruggine,
se era giorno o soltanto una febbre.
Forse eri tu,
o il rumore storto di un passo caduto da un sogno
e rimasto a galleggiare,
cucito all’aria come un taglio d’ombra,
senza peso, senza luogo dove morire.

Emy

Vive a Catania e coltiva la scrittura fin dall’infanzia. Si interessa di simboli, linguaggi interiori e dimensione onirica, temi che attraversano anche la sua ricerca narrativa.

Ho visto lacrime
sulle pareti
dei bagni pubblici
dove mani di donna
si chinano a pulire
il vomito.
Molte lacrime
nelle pudiche case.
La strada è lunga e polverosa
ma in alto
stanno gli amici accampati
a bere le stelle.
Poche cose, un taccuino e la libertà.Poche cose, un amore d’alba
su tetti di mare.
Ora togli quel fazzoletto
dalla tasca e dimentica.
Dimentica tutto ciò
che non è come gli amici accampati
a bere le stelle.

Lucrezia Lombardo

Ha pubblicato oltre venti opere tra poesia, narrativa e saggistica. Collabora con riviste letterarie ed è responsabile di collana per Divergenze Edizioni.

Una giovane oratrice urlava contro il mare in tempesta per farsi ascoltare dal fragore delle onde. Ma l’acqua è ancora più indifferente dell’umanità e non si curava del flebile gemito che la implorava di lasciarsi almeno un poco sovrastare dalla sua debole voce. Combatterono tutta la notte: il titano minuscolo e la montagna indifferente. Riuscì a sentirsi parlare solo verso l’alba, quando lentamente il capriccio insensibile si placò nel sussurro gentile del riflusso. Ma allora non aveva più senso urlare. Il discorso si estinse in un ultimo balbettio.Sedette a gambe incrociate ad aspettare che l’alba completasse la sua metamorfosi in giorno, staccandosi dalla linea piatta dell’orizzonte nero. La invadeva una sottile afflizione per aver subito l’ennesima e bruciante disfatta (che un fuoco di gola testimoniava), ma anche la consapevolezza che il nemico e maestro sarebbe tornato, presto o tardi, a infuriare.Un’onda rivelò una pinna trascinata, più bianca della spuma. Un occhio stanco guardò l’aspetto della superficie di cui lambiva il confine: in lui riemerse il ricordo dell’asfissia stupita del primo pesce che si avventurò oltre la manipolabile immensità del liquido, o forse nacque il pensiero di star penetrando in uno strano regno della morte. Ansimava.L’oratrice guardò il suo muso privo di ansia. Non avrebbe saputo dire se nel suo boccheggiare discreto si nascondesse il mistero del suono marino o una richiesta d’aiuto. Mormorando conforti inutili in una lingua che l’altro non poteva comprendere, lo aiutò dolcemente a tornare al largo. Non è bene che simili esseri vadano alla deriva. Distaccato dalla prigione della sabbia, docile sotto la sua guida, riprese a dare qualche energico colpo di coda e pinna. Poi riuscì a saltare e le danzò intorno come per ringraziamento. Infine, raggiunse altre pinne trasparenti che tremolavano in lontananza, verso l’orizzonte.L’oratrice lo guardò confondersi con i suoi simili. Poi tornò a riva e riprese, fradicia e in piedi, a gridare un’arringa a favore di nessuno. Le risposero, da lontano, gracidii intermittenti, come canti di antiche sirene. Continuarono a chiamarsi in questo modo per un poco, nel silenzio innaturale della risacca.

Margherita Bazzocchi

Scrive racconti e coltiva un interesse per la letteratura e le sue forme narrative, tra studio e ricerca personale.

TUFFIUno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove e dieci.Sì, anche stasera ci sono tutte. Per la trentesima notte di fila Pietro, dalla finestra della sua camera – nel bilocale a Torino in cui abita in affitto da solo – riconosce le solite dieci stelle. Ora può andare a dormire sereno.Aveva preso quest’abitudine da quando aveva letto, da qualche parte su internet, un consiglio apparentemente strambo:“Per dormire sereno, non contare gli animali nelle stalle, pensa di meno,
conta le stelle.”
In verità, questo incredibile componimento poetico non era nient’altro che lo slogan di una catena d’alberghi a cinque stelle, sentito alla tv alle tre di notte. Eppure Pietro era convinto che appartenesse a chissà quale scrittore. Evidentemente era rientrato a casa con qualche goccio d’alcol di troppo in corpo.Guardare le stelle – e la natura in generale – lo rilassa. Perché capisce di far parte di un sistema più grande, infinito, dove il peso delle proprie ansie e paure si fa più leggero. Problemi con l’università? Le stelle sono sempre lì, a brillare per lui. Giornataccia al lavoro? Alla sera le stelle lo attendono comunque. Si sente perso, senza capire quale direzione di vita prendere a ventiquattro anni? Le stelle non hanno la soluzione, però sono lì con lui. E non sentirsi soli, schiacciati da pressioni e pensieri quando si rientra a casa la sera, è già un passo avanti.Quando Pietro si mette a letto dopo aver contato le stelle, sta bene e inizia a vagare con la mente:«Pietro… Pietro… Pi-e-tro. Ho davvero un bel nome. Dovrei fare il geologo con un nome del genere. D’altronde, sorrido se penso alle rocce. Mi ricordo quella volta in Puglia, in vacanza con i miei, a undici anni. Mi allontanavo e dicevo loro: “Vado a fare dei tuffi, ci vediamo dopo”. Andavo in avanscoperta sulla spiaggia a cercare scogli alti cinque o sei metri per potermi lanciare. Bellissimo… e non mi sono mai fatto male, sono un grande. Comunque, non sarò del settore, ma non credo che i geologi per lavoro facciano i tuffi. O meglio, magari li fanno, ma solo dopo aver esaminato gli scogli da cui si buttano. Vabbè, proviamo a dormire, va’.»Ecco, pensieri di questo genere.IL NUMERO DIECI«Diventerò il numero 10 della Juventus F.C.»La frase più gettonata di Pietro tra i sette e i dodici anni, sempre con un pallone tra le mani. Poi, a dodici anni – e non perché avesse sbattuto la testa durante uno dei suoi famosi tuffi – aveva iniziato a rendersi conto che probabilmente alla Juventus, la sua squadra del cuore, e in Serie A non ci sarebbe mai arrivato. Così la frase era diventata:«Vabbè, anche numero 10 del Frosinone va bene.»Non è diventato il numero 10 del Frosinone né di altre squadre, se non di quella in cui gioca il lunedì sera con gli amici. Ma ci gioca con la stessa passione di quando aveva la metà degli anni. Ed è felicissimo così.Amici. Quelli di sempre, i migliori che potesse desiderare. Non lo ammette ad alta voce, ma Pietro sa che loro – e la sua famiglia – faranno sempre il tifo per lui. Stravedono per Pietro, gli dicono:«È impossibile non volerti bene.»Lui ride, ma dentro si sente la persona più fortunata della Terra ad avere un appoggio così. Gli dicono spesso che dovrebbe prendere le cose più alla leggera, ma se lo facesse non sarebbe lui.Pietro viaggia sempre con la testa: per lui qualunque cosa significa anche qualcos’altro. Un film non è solo un film, una cena non è solo una cena e così via. È il tipo di ragazzo che ripensa mille volte alle conversazioni fatte, soprattutto a quelle andate male. Tipo quella volta con Sara, la sua compagna d’università che gli piace dal primo giorno in cui l’ha vista, ma a cui non ha mai trovato il coraggio di dichiararsi.GIN TONIC, MOLTIPLICATO PER DUETorniamo indietro di poco più di un mese. Ultimissimi giorni di settembre. Mercoledì sera. Festa universitaria al Red Sunset, discoteca di dubbio gusto a Torino, ma almeno all’aperto. Un viavai infinito di ragazzi e ragazze dai diciannove ai trent’anni, un microcosmo pronto a esplodere racchiuso in un centinaio di metri. Studenti e studentesse di ogni facoltà, di qualunque anno.Pietro – dopo aver cambiato idea dieci volte prima di convincersi definitivamente – è lì da un paio d’ore con i suoi amici. Rappresenta perfettamente il ragazzo timido e impacciato dal cuore buono. Ventiquattro anni, sognatore. Un lavoro part-time come receptionist al Cane Chic – un centro di toelettatura per animali domestici – che gli permette di pagarsi l’affitto. Soprattutto lo rilassa: dice che ogni volta non sa quale cane entrerà dalla porta principale, e questa sorpresa continua lo diverte molto.Fuoricorso di un anno, con tre esami ancora da dare, tra cui la sua amata Macroeconomia, che si porta dietro dal primo anno:«Pensavo di aver abbandonato la matematica per sempre con la fine del liceo, invece ecco che mi perseguita ancora. Anche a Scienze della Comunicazione… e la chiamano pure Scienze delle Merendine!», la sua frase cult.A un certo punto della serata spunta Sara. Ventidue anni, iscritta anche lei a Scienze della Comunicazione. A differenza di Pietro – nato e cresciuto a Torino – Sara è sarda, trasferitasi in Piemonte un paio d’anni prima per studiare.La vede da lontano e improvvisamente tutto il mondo inizia a girare a rallentatore, quasi si ferma. L’unica a muoversi a velocità normale è proprio Sara.Fa mille pensieri nel giro di qualche minuto:«Devo andare a parlarle. Non so come, ma devo farlo. Ah sì! Forse potre…»Non fa in tempo a definire il suo mirabolante piano d’azione che arriva Sara, decisamente più spigliata:«Pietro, giusto? Sono Sara, non so se ti ricordi, abbiamo seguito il corso di Antropologia Culturale assieme.»In quel momento Pietro si trova ufficialmente su Marte. E non per studiare le rocce del luogo in qualità di geologo spaziale.1. Sara l’ha riconosciuto.
2. Gli ha parlato lei.
3. Si ricorda il suo nome!
La conversazione procede bene, l’agitazione di Pietro scema con il passare dei minuti e niente sembra poter andare storto. Sara è felice, lo si vede dai suoi occhioni pieni mentre ascolta Pietro raccontarsi, un po’ impacciato. A un certo punto lei gli fa questa domanda:«Facciamo un gioco. Se potessi avere per dieci minuti al giorno un solo superpotere, quale sceglieresti?»«Ok, Pietro, niente panico. D’altronde hai solo bevuto un paio di gin tonic, sei ancora abbastanza lucido per rispondere a questa domanda… Avanti, parla, dì qualcosa, qualunque cosa. Ci sta guardando e siamo in silenzio», pensa tra sé e sé.«Ehm, sì, allora… se avessi dieci poteri al giorno, gius… cioè, se avessi un superpotere per dieci minuti al giorno, giusto? Vediamo… sì, allora… probabilmente… in verità non lo so, sono troppo ubriaco per risponderti. Anzi, mi sa che tra poco vado.»Pietro non crede a sé stesso. Non si capacita di come gli siano uscite quelle parole dalla bocca. Non era nemmeno ubriaco, solo tanto agitato. Per l’imbarazzo, saluta Sara – molto confusa – in fretta e furia e si dirige verso casa. Insomma, una giocata da vero numero 10. Si sente proprio come Zinedine Zidane dopo la famosa testata tirata a Marco Materazzi: cartellino rosso, rientro verso gli spogliatoi in silenzio, testa bassa e finale dei Mondiali di calcio persa sul più bello.SUPERPOTERE…Sette, otto, nove e dieci. Per la trentottesima notte consecutiva brillano tutte e dieci le stelle. Una volta a letto, Pietro rimugina sulla domanda che gli aveva fatto Sara un mese prima. Per la prima volta ci pensa libero da ansie e agitazioni e, in automatico, parte con il suo solito flusso di coscienza notturno:«Vorrei smettere di avere paura. Anche solo per dieci minuti al giorno, riavere quella spensieratezza di quando mi tuffavo dagli scogli da bambino. Fare le cose senza farmi frenare da quello che potrebbe andare storto. Vivere dando voce a quello che sento davvero. Andare dai miei genitori e riuscire a dire loro che sono orgoglioso di loro, che sono incredibili per tutto quello che fanno. Ripetere a me stesso che non sono sbagliato, che vado bene così. Abbracciare i miei amici, dicendo che gli voglio bene e che vorrei vederli di più. Alzare gli occhi al cielo e dire: “Mi mancate, nonni”.
Gridare al mondo di esistere e di voler lasciare il segno. Trovare il coraggio di dire a Sara: “Mi piaci, sei la ragazza più bella che abbia mai visto”. Dieci minuti al giorno di coraggio inscalfibile e mi sentirei davvero la persona più invincibile di questo pianeta.»
Accenna un mezzo sorriso con gli occhi lucidi e si addormenta poco dopo. Nel frattempo, le dieci stelle sembrano brillare ancora di più.NALA, ZICO, LUNA E ZEUSAl risveglio Pietro si sente diverso. Con un entusiasmo che non provava da tempo. Va al lavoro a piedi, facendo la solita camminata di una ventina di minuti. Adora andarci a piedi perché gli permette di attraversare il Parco Castagno, uno dei posti che lo rilassano di più: piccolino, ma pieno di verde. Ha il turno dalle 9 alle 13, ore che scorrono in scioltezza in compagnia di Nala, Zico, Luna e Zeus: i quattro cani – chiaramente accompagnati dai rispettivi padroni – che si sono presentati nel corso della mattinata con un entusiasmo simile al suo.Dopo dieci minuti di cammino spensierato verso casa, non crede ai suoi occhi.Sara è lì, che corre tra il verde del parco. Non si vedono e non si sentono dal giorno della festa al Red Sunset.I due si guardano a una decina di metri di distanza; Sara interrompe la corsa. Pietro guarda l’orologio:«13:17. Adesso cominciano i miei dieci minuti di coraggio senza limiti», pensa tra sé e sé mentre si avvicina a Sara.Dopo i saluti di rito, Pietro parte a raffica:«Scusami davvero per la sera della festa. Non volevo risponderti male, non so cosa mi sia preso… Anzi, in realtà lo so. Non vedevo l’ora di parlare un po’ solo noi due e a un certo punto mi sono agitato e non ci ho capito più nulla.»«Grazie delle scuse. Inizialmente avevo pensato che avessi un trauma legato ai supereroi e che avessi toccato un tasto sbagliato. Magari da piccolino Spider-Man ti aveva fatto un torto incredibile o qualcosa del genere. Anche perché non mi sembravi ubriaco.»«E infatti non lo ero… Sono proprio un idiota.»«Sì, un po’ lo sei. Però fino a prima che scappassi era stata una bella chiacchierata.»«Sono volato via perché il mio pianeta aveva bisogno di me, come tutti i supereroi che si rispettino.»«Sì, sì, come no. Eri proprio nelle condizioni di salvare il mondo quella sera.»«Ok, è vero, non ci stavo capendo nulla. Ma ora mi faccio perdonare. Domani vengono un paio di amici a cena da me, sarebbe bellissimo se ci fossi anche tu. Cucino io, perciò consideralo un invito ufficiale.»«Se cucini con la stessa tranquillità che avevi l’altra sera, mi sa che ci conviene ordinare una pizza. Scherzo, ti prendo in giro. Molto volentieri… potevi invitarmi anche un mese fa, però.»«Fantastico! Ti giuro che non scappo più a caso.»«Anche perché scappare da casa tua sarebbe ancora più strano dell’ultima volta.»I due continuano a parlare per un quarto d’ora buono, tra battute, prese in giro e risate. Si danno appuntamento per il giorno dopo e si salutano con un abbraccio tenero. Sara riprende a correre e Pietro continua il suo viaggio verso casa leggero come una piuma.PROPRIO COME TRUMANOre 20:08. Suona il campanello della casa di Pietro.«Chi è?»«Apri, chef. Sono Sara.»È la prima ad arrivare. Gli altri tre ospiti – i suoi amici di sempre, Gian, Danilo e Alessandra – sarebbero arrivati poco dopo le 20:45.«Non mi sono presentata a mani vuote. Ecco una bottiglia di rosso. Quattro euro e cinquanta investiti bene, secondo me.»«Ma non dovevi… Comunque grazie mille! Così, anche dovessi sbagliare a cucinare, ci buttiamo sul vino: è sempre una scelta saggia.»«Tra l’altro, cosa prevede il menù di stasera, chef?»«Innanzitutto un po’ di focaccia e pizzette prese dalla panetteria qua sotto, come antipasto. Poi una pasta semplice al sugo di noci e il secondo non te lo dico. Però sappi che chiuderemo il pasto con del gelato che sono andato a prendere poco fa.»«Sugo di noci: tre parole e sette, otto, nove e die… sì, dieci lettere, la felicità. Il mio sugo preferito. Mi sa che dovrò lasciare una recensione positiva al ristorante, allora.»Continuano a scherzare, poi Pietro le fa fare il tour della casa, partendo proprio dalla cucina:«Ti mostro la mia reggia da cinquanta metri quadri. Spero tu abbia un paio d’ore libere per riuscire a vederla tutta.»Come ultimo spazio vedono la camera da letto. Sara nota subito un poster di The Truman Show su una delle pareti e, guardandosi, praticamente all’unisono, i due esclamano:«Casomai non vi rivedessi: buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!», con tanto di inchino finale, proprio come Truman alla fine del film. Scoppiano a ridere insieme.Poi si avvicinano alla finestra. Sono in piedi, uno accanto all’altra, a guardare fuori. Questa volta nessuno dice niente. Pietro appoggia la testa sulla spalla di Sara, lei gli accarezza i capelli.Stanno in silenzio così per un minuto, desiderando entrambi che quel momento duri per sempre.Poi, con voce bassa e dolce, Sara sussurra:«Ci hai mai fatto caso a come si vedano bene le stelle dalla tua camera?»

Alberto Scomparin

É giornalista pubblicista e vive a Torino. Si interessa di sport, cinema e musica rap e cerca nella scrittura le emozioni nascoste nelle storie quotidiane.

Testo


VOCI apre una nuova call per la selezione di racconti e poesie destinati ai prossimi numeri della rivista.Cerchiamo testi capaci di reggersi sulla scrittura, sulla voce e su ciò che scelgono di raccontare. Non chiediamo di aderire a un tema: l’identità di ogni numero nasce successivamente, dall’incontro tra i testi selezionati e dalle relazioni che emergono durante il lavoro editoriale.La call è aperta dal 18 settembre al 31 ottobre 2026.


Cosa puoi inviare

Narrativa

Un racconto in lingua italiana, a tema libero, indicativamente tra 1.500 e 6.000 parole.Il testo deve essere un’opera narrativa autonoma. Non sono ammessi capitoli o estratti di romanzi.

Poesia

Fino a 3 poesie in lingua italiana, a tema libero.


Sono ammessi sia testi inediti sia testi già pubblicati, purché l’autore disponga dei diritti necessari per autorizzarne la pubblicazione su VOCI.


Come partecipare

I testi devono essere inviati in formato .doc/.docx oppure PDF all’indirizzo:

indicando nell’oggetto:

CALL VOCI – Selezione 2027 – Nome Cognome

Alla mail dovranno essere allegati:- il testo o i testi proposti;
- la liberatoria compilata e firmata, disponibile in fondo a questa pagina.
Gli invii privi della liberatoria compilata e firmata non saranno presi in considerazione.


Selezione

I testi ricevuti saranno valutati dalla redazione di VOCI per la pubblicazione nei prossimi numeri della rivista.L’invio di un testo non comporta automaticamente la pubblicazione.Saranno contattati esclusivamente gli autori selezionati, entro il 15 dicembre 2026.Ogni testo viene valutato autonomamente. Una precedente pubblicazione su VOCI non costituisce titolo preferenziale né motivo di esclusione.

Autori minorenni

La call è aperta anche agli autori minorenni. In questo caso, la liberatoria dovrà essere compilata nelle parti previste e sottoscritta da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale o la tutela.

Prima dell’invio

Ti invitiamo a leggere attentamente la liberatoria, che contiene le condizioni relative alla pubblicazione dei testi selezionati.

Scadenza per l’invio: 31 ottobre 2026

Privacy Policy / Informativa sui dati personaliLa presente informativa descrive le modalità di gestione dei dati personali degli utenti che entrano in contatto con First Frame Room.Titolare del trattamento
First Frame Room
Email: [email protected]
⸻Tipologie di dati raccolti
First Frame Room raccoglie esclusivamente i dati personali forniti volontariamente dagli utenti, tra cui:
• nome e cognome
• indirizzo email
• eventuale data di nascita
• città di residenza
• eventuali altri dati forniti spontaneamente nei testi o nelle comunicazioni
⸻Finalità del trattamento
I dati personali sono utilizzati esclusivamente per:
• gestione delle comunicazioni con gli autori
• valutazione e selezione dei testi inviati
• pubblicazione delle opere
• eventuale attribuzione dell’opera all’autore
⸻Modalità di trattamento
I dati sono trattati in modo lecito, corretto e trasparente, e conservati per il tempo necessario alle finalità sopra indicate.
⸻Condivisione dei dati
I dati personali non vengono ceduti a terzi né utilizzati per finalità commerciali o di marketing.
⸻Diritti dell’interessato
L’autore può in qualsiasi momento richiedere:
• accesso ai propri dati
• modifica o aggiornamento
• cancellazione, nei limiti delle condizioni editoriali stabilite
⸻Contatti
Per qualsiasi richiesta relativa ai dati personali è possibile scrivere a:
[email protected]