VOCI
Ci sono voci che restano.
Racconti, poesie e frammenti che lasciano tracce.
Per gli autori
Invii attualmente chiusiLa prossima finestra di selezione è prevista per l’autunno 2026.
Numero 01 — Giugno 2026
Si resta fermi, a un passo dall’inizio.
Con la sensazione che qualcosa stia per spostarsi.
E che niente tornerà identico.

La stanza è piccola.
Quando sono arrivato, non c’era quasi nulla, solo pareti di legno e soffitti bassi.
Ma a me va bene, non avevo grandi pretese, e il padrone di casa non ha protestato quando ho portato dentro tutte le mie cose, promettendo timidamente che avrei pagato l’affitto il mese successivo.
«Non sono venuto per restare», ho spiegato, e lui, grasso e tremolante sulle gambe, ha sorriso in modo stanco.
Ogni suo passo sembrava un’impresa eroica; non è mai venuto a reclamare gli arretrati dell’affitto, troppa fatica salire fin quassù.
Meglio così.
Non so bene a che piano sia l’appartamento, ma mi sembra di essere molto in alto; sono solo due stanze, certo, è pur sempre Milano.
Le due grandi finestre sul soffitto sono di una forma particolare.
Strette e lunghe, parallele, con una rientranza concava che le fa somigliare a dei riccioli o a delle code di sirena.
Quando arriva il giorno, una luce che sembra di vetro irrompe nella stanza, le lame luminose si stendono sottili sulle lastre tenere del pavimento, e tutta la casa prende forma.
Le pareti di legno caldo respirano e l’aria vibra, sacra e piena di polvere.
Sono molto fiero delle mie finestre, e a me la polvere piace.
Le stanze sono solo due, open space comodissimo.
Tra la cucina e l’angolo in cui dormo ci sono nelle pareti delle grandi nicchie, curve verso l’interno, che ho subito riempito per sistemare tutti i miei poster, fissare le mensole per i miei libri di cucina giapponese, e tante grucce per appendere i pochi vestiti che ho.
Così, assomigliano più a degli strani armadi contenitori, buffe fiere di oggetti vari in esposizione.
Ma la cosa più bella della casa è la colonna, un lungo costone di legno che scende dal soffitto come una radice levigata, un tronco perfetto e liscissimo, su cui posso arrampicarmi quando ho voglia di salire più in alto e guardare la stanza da un’altra prospettiva.
Da lassù, l’ambiente sembra immenso, una vera caverna di legno, tre volte più grande: l’incurvatura del soffitto, le orme polverose sul pavimento, le minuscole cicatrici del tempo.
Tutto mi sembra più bello.
Se non fosse per i rumori.
Di solito succede nel tardo pomeriggio.
I vicini fanno un baccano impressionante e non capisco come facciano due persone — Lei e Lui, credo — a produrre così tanti rumori diversi.
Quando iniziano, un tremolio incerto corre lungo la colonna e riesco a sentire un movimento dall’altra parte del soffitto: a tratti sembra che spostino mobili pesantissimi, altre volte che trascinino qualcosa sul pavimento, avanti e indietro, da una stanza all’altra.
Non è proprio un “trascinare”: il suono è rapido, sincopato, inizia e finisce di colpo. E tipicamente proprio quando decido di mettere a riposare un po’ gli occhi.
Una volta ho provato a picchiettare sul muro, sperando che capissero, ma il suono è rimbalzato indietro, smorzato dal legno, e ho avuto l’impressione di aver bussato inutilmente contro un vecchio armadio.
Così ho lasciato perdere.
In fondo non so nemmeno chi abiti sopra di me — se è davvero “sopra”.
Non li ho mai visti, non so come si chiamino. È sciocco prendersela con qualcuno che non si conosce.
Il padrone di casa mi aveva annunciato senza entusiasmo che al piano superiore vive lei.
Non so molto di più.
Ma dev’essere una persona molto energica: i suoi passi sono brevi, veloci, quasi saltellanti.
A volte li sento arrivare di colpo, uno, due, tre, e poi sparire, come se avesse attraversato fulminea la casa da una stanza all’altra, forse infreddolita dopo la doccia, forse in ritardo per una riunione.
Mi fa sorridere immaginarla mentre balla.
O forse ha un cane minuscolo e nervoso.
Lui invece si sente raramente, ma riconosco subito la sua voce più grave, flemmatica.
I suoi passi sono lenti e pesanti, e quando arriva sbatte sempre la porta: così la colonna si mette a vibrare fino al soffitto, quel tanto che basta per farmi drizzare la schiena.
Forse indossa gli scarponi anche in casa, o è obeso.
La prima volta che li ho sentiti ho pensato a un terremoto, la stanza si è messa a tremare, le linee delle travi sembravano dilatarsi nell’aria, molte delle mie cose appese si sono rovesciate sul pavimento.
Una settimana fa ho appoggiato l’orecchio alla parete: sembrava che qualcuno stesse “picchiettando” meccanicamente sul muro, ma si trattava di un ticchettio più rapido, regolare.
E poi ci sono loro, quelli che non so in quale appartamento abitino ma che ogni tanto producono un chiasso che rimbalza per tutto il palazzo.
Un miscuglio di voci, sospiri, colpi secchi, un brusio che sale e cala come un’onda: forse si tratta delle riunioni di condominio a cui non mi sono mai presentato.
Una sera, lo giuro, mi è sembrato persino che applaudissero.
Devono essere una compagnia molto allegra.
Nonostante tutto, questi rumori mi fanno compagnia.
Rendono l’appartamento meno silenzioso, meno vuoto.
Mi sto abituando all’idea che forse un po’ di vita attorno non mi dispiace davvero.
Ma stamattina è stato diverso.
Un silenzio quasi religioso regnava nella mia piccola casa, io preparavo il tè, la luce calda di maggio si rovesciava sul pavimento, sul divano, sui fornelli impiastricciati della cucina.
Poi all’improvviso ho sentito un colpo secco, netto, come se qualcuno avesse lasciato cadere qualcosa di metallo proprio sopra la mia testa.
Mi sono irrigidito.
Ho aspettato di sentire un secondo colpo, o una voce, o qualunque cosa. Ma niente.
Poi, un suono lungo.
Una vibrazione più profonda, continua, che ha fatto tremare la colonna dall’alto verso il basso, come se un filo invisibile la percorresse tutta.
È durato pochi secondi, ma ha avuto un effetto strano su di me: una scossa, un brivido, che mi ha strappato al torpore mattutino.
Mi sono ritrovato a guardare in alto, le finestre strette e lunghe mi fissavano, mi sono convinto che sarebbero esplose da un momento all’altro.
Invece sono rimaste ferme, immobili, con quella forma concava che le fa sembrare riccioli sospesi nel cielo.
Subito dopo ho sentito lei.
Passi rapidissimi, indecisi, avanti e indietro.
Un tonfo leggero, un altro colpo.
E poi ancora quella vibrazione, lunga, che si è spenta lentamente, ma è rimasta a lungo a vagheggiare nell’aria.
Si saranno rotti i tubi, ho pensato nervosamente. A Milano succede tutto il tempo.
Però conosco il trambusto di un danno idraulico, in quel rumore c’era qualcosa di diverso.
Come se fosse intenzionale, come se qualcuno stesse facendo pratica con qualcosa, provando e riprovando.
Mi sono fermato al centro della stanza, il tè freddo sul tavolo, e mi sono ritrovato a trattenere il fiato non so per quanto tempo, senza un motivo preciso.
Poi tutto è tornato normale: silenzio, luce, polvere che danzava nell’aria come in una domenica qualunque.
Eppure, da allora, ho l’impressione che la casa sia rimasta in ascolto.
Come se stesse trattenendo il respiro, aspettando di sentire di nuovo quel suono.
E anch’io.
Da allora la giornata ha assunto quella strana qualità sospesa dei pomeriggi in cui sembra che stia per succedere qualcosa, ma niente accade davvero.
La luce, che di solito filtrava tranquilla in lame chiare, ora scivolava, come se avesse perso la pazienza.
Ogni particella di polvere che attraversava l’aria inclinata sembrava animata da un’intenzione segreta, un tacito ordine che io non ero riuscito a cogliere.
Mi sono aggirato nello spazio senza un vero motivo, più per scacciare quella sensazione di attesa che per fare qualcosa.
Il silenzio non era più silenzioso. Teso, cucito da un filo impercettibile che collega un angolo all’altro, mi sembrava così vasto da poter inghiottire la stanza intera.
Poi, all’improvviso, il suono è tornato.
Non un colpo, non un tonfo: una scia, una vibrazione che si è insinuata come un brivido nella parete, ha attraversato lenta il pavimento, e infine ha risalito la mia spina dorsale come fanno silenziosamente i ragni nelle grondaie.
Nuovamente, è durata solo un istante, ma aveva una qualità nitida.
Un misto di grazia e brutalità, di delicatezza pigra e collosa.
Mi sono appoggiato istintivamente alla colonna.
Sotto il palmo della mia mano vibrava una vita estranea: ho avuto paura che il cuore mi fosse uscito dal petto e stesse rimbalzando nel legno.
Poi tutto si è spento, così rapidamente da lasciarmi con la sensazione di essermi immaginato tutto.
Poi, lei.
Il suo passo inconfondibile: affilato, scattante, nervoso.
Correva da un capo all’altro della stanza, come se stesse inseguendo quel suono o fuggendone.
Un tonfo leggero, poi un altro.
Un fruscio lungo, il suo vestito che sfiorava un mobile.
E infine una sequenza rapidissima di rumori sottili, minuscoli, quasi elettrici.
Forse parlava con qualche amica al telefono, il tono di voce sembrava irrequieto, fitto.
Mi sono immobilizzato, avevo paura che mi sentisse mentre ragionavo.
Il tè, ormai freddo, rifletteva la luce in un ovale dorato e inquieto.
Il suono si è ripetuto: più profondo, lungo, più vicino.
Quel rumore anomalo e meraviglioso non proveniva da sopra.
O almeno, non solo.
Sembrava venire anche da dentro.
Davanti alla finestra che dà sul cortile, lei suona.
Con il mento appoggiato al legno lucido del violino, le dita che sfiorano appena le corde, l’archetto che si muove leggero sotto il polso ben allenato.
Potrebbe suonare per ore: l’aria è fresca e piacevole, entra svelta nella cassa dello strumento, come un brivido sottile, una vibrazione che sale fino alle mani e la trasporta sulle note di Schumann.
Un suono chiaro, un sussurro calmo, un’eco che sembra provenire da dentro il legno stesso, più bello del solito.
Poi fa una pausa, le dita iniziano a fare male; appoggia lo strumento sul tavolo e mette su la moka.
Nel frattempo rientra anche suo marito, dopo la giornata al Conservatorio; entra sbattendo la porta dietro di sé, lasciando la custodia appoggiata al divano e liberando i piedi stanchi dalle scarpe.
Senza dire nulla passa nervosamente nelle altre stanze, mentre Marta ricomincia a suonare, incurante, davanti alla finestra.
Sollevando il violino dal tavolo, però, si accorge di un rumore insolito, un fruscio moderato, che percorre lo strumento e somiglia a una nota profonda, trattenuta.
Si china curiosa, appoggiando l’orecchio alla cassa armonica.
Sente quella vibrazione più nitidamente ora: non c’è nessuno a toccare le corde tese, nessun archetto che le muova, eppure la musica c’è. Un fremito sottile che attraversa tutto il violino.
Si ritrova a trattenere il respiro, senza capire perché.
Per un attimo, il mondo esterno — i rumori del palazzo, il traffico di Milano, suo marito nell’altra stanza — sembra dissolversi, lasciandola sospesa nello spazio tra le pareti in cui ora il legno e l’aria vibrano come se fossero vivi.
Poi il suono, come era iniziato, svanisce, lasciandole addosso la sensazione che qualcosa o qualcuno sia lì, nascosto, dentro il violino, in ascolto.
«Vieni a vedere, Marco!». La sua voce è incredula.
«C’è qualcosa… dentro il violino.»
Lui arriva controvoglia dal bagno, trascinando i piedi sul pavimento.
Inclinano lo strumento alla luce che filtra dalla finestra.
E la magia si rivela, o qualcosa che le assomiglia.
Non ci sono solo legno, corde e polvere di resina.
All’interno, tra le curve ambrate della cassa armonica e i riflessi dorati della luce, c’è lui.
Un piccolo insetto, immerso nella polvere, tra le nicchie e le travi, appoggiato all’anima di legno del violino.
Sembra che il mondo stia suonando una musica che solo quell’insetto è riuscito ad abitare.
Restano così, immobili, a osservare, mentre il silenzio inghiotte il pomeriggio.
Cecilia Gramiccia
Vive e studia a Roma.
Coltiva la scrittura e la poesia come forme di espressione personale.

Eravamo oltre quel Clown,
oltre quell’incolpevole purezza,
oltre quel passo d’alito cattivo,
oltre il fegato dagli occhi neri.Eravamo oltre quell’uomo-automa,
quello stupido storpio ch’è il mondo,
oltre quel suo alzarsi
e cadere – ridere e cadere
rialzarsi e cadere.Eravamo oltre ogni veggente,
oltre quel naso paonazzo,
quel maledetto tuo “volermi”,
oltre quel nessuno ch’abita le stelle.Eravamo oltre la Dea Polare,
oltre il Carro dai buoi lucenti,
oltre la polvere sbiancante.Eravamo solo Noi,
et tu disais que tu m’aimais,
mio vecchio menzognero.
ti ho scoperto nel freddo d’un incubo:
accatastavi la legna nella cesta,
quelle gesta ch’andavano oltre
quel Tuo alzarti e cadere,
amare – Odiare – rialzarti e cadere.Eravamo sangue e pelli sfuse,
bellezza e tenebre fuse.
Fratelli, Madri, Sorelle
e Padri. Acqua e Fuoco,
Aria – Terra. Eravamo guerra
senza soldati. Io Poesia e Tu Analfabeta, io esteta e Tu mendicante
fra le crepe dell’umanità.Eravamo pace senz’angeli,
io arca putrida e Tu moto cheto,
l’Arcangelo e l’Argenti. Eravamo
oltre quel Clown senza veli.Eravamo solo Noi:
carta e inchiostro seccato.Eri Tu il poema perfetto
il figlio prediletto — e poi?E poi — sei morto
fra le mie braccia.
ClownWords
Unisce nella sua scrittura rigore classico e suggestioni orientali. È autore di ClownWords e vincitore dell’Anuaria con Nàmas-Te.

«Vorrei dipingere qualcosa di vero, essenziale, ma come si fa ad essere creativi quando si passano tutti i santissimi giorni a fare le stesse cose, a parlare delle stesse cose. Eh? Me lo vuoi dire?»Elisa aveva sempre odiato il modo in cui i ricci cadevano sulla testa di Andrea. Lo spazio piatto che si formava sulla sommità del capo le dava l’idea di qualcosa di incompleto, come quelle aiuole lasciate all’abbandono nei giardini pubblici. La chioma sembrava ormai un animale inerte su una superficie curva.In verità, Andrea di quei capelli se ne prendeva cura con un'attenzione maniacale, quasi fossero stati una sua estensione fragile e preziosa. Li riempiva di spuma, balsami e lozioni riparatrici, quasi che dalla salvaguardia di quella chioma dipendesse la sua vita.Probabilmente c’era stato un tempo durante il quale Elisa li aveva trovati parte del fascino sauvage di Andrea, perciò sapeva bene che il ‘sempre’ variava in base al suo stato di alterazione. Ad esempio, quando Andrea non la ascoltava diventava ‘sempre disattento’. Quando usciva troppo spesso diventava ‘sempre il solito egoista’. Quando non era di buon umore era ‘sempre col muso lungo’.Andrea se ne stava appoggiato coi gomiti puntati sul tavolo e lo sguardo spento.Cercava di richiamare alla mente l’ultima volta che avevano fatto l’amore. Non riusciva a ricordarlo, non aveva alcun ricordo a cui fare appello se non un’immagine sfocata di una donna giovane dal corpo ancora sodo e tonico che si muoveva su di lui con avidità e noncuranza. In quei momenti, lui era un mero mezzo. E ricordava che gli piaceva vederla ansimare sopra di lui, era abbastanza sicuro di averla amata quella donna ma non credeva fosse la stessa che gli stava davanti in quel momento.«Non sei nemmeno in grado di guardarmi in faccia mentre ti parlo.»«Ti ho guardata per tanti anni, non ho bisogno di sapere com’è fatta la tua faccia incazzata. La conosco a memoria.»Elisa aprì la bocca per dire qualcosa, ma poi sembrò ripensarci. Tornò ad accanirsi sulla pentola sporca di grasso bruciato. Strofinava violentemente con la paglietta d’acciaio, come se insieme allo sporco potesse rimuovere anche le parole di Andrea. Poi tornò all’attacco.«Gira sempre e solo tutto intorno a te. Io sono stata qua davanti a te tutto il tempo e tu sei stato solo capace di guardarmi attraverso.»«Da che pulpito! Tu che hai smesso di essere interessata perché non ho saputo essere straordinario così come mi volevi. Sono rimasto nelle tue grazie fino a quando ho rappresentato un ideale e poi hai visto che sotto la maschera c’era altro, ma non ne hai più voluto sapere perché non era quello che ti aspettavi. Beh, ti do una notizia, tesoro: le persone sono mediocri e, che ti piaccia o no, lo sei anche tu.»Le parole di Andrea rimasero sospese nell’aria, come il pulviscolo sotto un raggio di sole. Sembrò sorpreso che quella frase fosse uscita proprio da lui e cercò una conferma nel movimento delle spalle di Elisa, per capire se anche lei fosse altrettanto stupita. Alzò lo sguardo per la prima volta dall’inizio di quella discussione e le vide contrarsi per poi tornare molli sotto un peso invisibile.«Avrei potuto essere tutt’altro che mediocre.» Nel dirlo aveva lasciato andare la pentola e la spugna, per asciugarsi frettolosamente le mani.«Quindi il mancato successo nella tua vita, anche quello sarebbe colpa mia?» le chiese con tono accusatorio.«Non ho detto questo.»«Però è quello che intendevi.»Elisa si girò nuovamente verso di lui, questa volta sul suo viso aleggiava l’ombra del disprezzo.«Bravissimo, un'altra supposizione azzeccata. Tu proprio non capisci…»«No, sei tu che non capisci. Cerchi di incolparmi per i tuoi progetti non portati a termine, quando non ti rendi nemmeno conto che sei tu a non averlo fatto. Non ti ho mai chiesto nulla, io.»«No, certo. Non c’era bisogno che mi chiedessi esplicitamente di fermarmi. Bastava guardare la tua reazione ogni volta che mi si presentava un’opportunità nuova. Guarda che i miei successi non sono lo specchio dei tuoi fallimenti!»«Ah sì, adesso sarei anche un fallito?»«Sei tu che lo pensi di te stesso, non io. Il problema è che se ti senti miserabile tu vuoi che lo sia anche tutto il resto del mondo. Congratulazioni! Ci sei riuscito.»«Dio santo, non ti sopporto.»Quell’affermazione non scosse Elisa, tutt’al più parve darle una conferma rinfrancante.«Ti ringrazio. Finalmente sei riuscito ad ammetterlo. Dopo tutti questi anni, dopo tutte le volte in cui ti ho chiesto di fare delle valutazioni semplici. Ad esempio, se io fossi la persona giusta per te. Ma tu nulla… ti sei innamorato dell’idea di noi due insieme e ora incolpi me della tua infelicità. Solo perché la tua idea non è stata all’altezza delle aspettative. Posso dirti? È un problema tuo.»Elisa sbuffò dirigendosi con passo deciso verso la porta, ma poi inaspettatamente qualcosa sembrò afferrarla costringendola a tornare indietro.«Voglio solo che tu lo dica…»Andrea sospirò esausto. «Che cosa ti dovrei dire?»«Che non mi ami più.»«Così tu puoi sentirti sollevata da ogni colpa. Certo, ti immagino mentre vai dalle tue amiche piangendo, dicendo ‘Ci siamo lasciati perché non mi amava più’. Ma io non te la do questa soddisfazione.»«Chiaro, è più semplice lasciare la patata bollente a me. Non sia mai che per una volta nella vita Andrea prenda le palle in mano e faccia delle scelte. No, lasciamo pure questo carico emotivo a Elisa.»«Parlare di te stessa in terza persona ti fa sembrare fuori di testa.»«Non ti permettere, Andrea. Non ti permettere di dire certe cose dopo tutto quello che ho passato.»«Guarda che c’ero anche io mentre succedeva.»«Non è la stessa cosa e lo sai.»«Hai ragione. Non lo è. Sono io che ho rinunciato a una parvenza di normalità pur di stare con te.»Elisa fece una smorfia di lato e fece uscire tutto il fiato sospeso dalle narici.«È questo che pensi?», chiese sollevando il mento per passargli la parola e, nel farlo, assunse l’aria di sfida che le piaceva tanto.«Se non fosse stato per me saresti ancora un piccolo fotografo di provincia che nessuno conosce. Eri chiuso in una bolla di ottusità e ti ho tirato fuori.»«Sarà anche come dici tu, ma avrei preferito essere un fotografo qualunque piuttosto che il marito infermiere.»«Non ho mai avuto bisogno che tu ti prendessi cura di me. È a te che piace essere interventista, perché ti dà uno scopo.»«Ti ringrazio, cercherò di ricordarmelo la prossima volta che ti trovo riversa sul pavimento del bagno.»In quel momento Elisa sentì un’ondata di rabbia risalire dallo stomaco alla testa. Lanciò con foga lo strofinaccio, che teneva ancora in mano, dritto sulla faccia di Andrea.«Sai una cosa? Vaffanculo. Non hai diritto di parlare della mia situazione.»Andrea fece scivolare la pezza sul tavolo, così come fece con le parole di Elisa.«Ah no? E dimmi, a cosa avrei diritto? A un po’ di riconoscimento, non di certo. A una parola gentile di tanto in tanto? Non ricordo neppure l’ultima volta in cui mi hai detto ‘grazie’. Non ti chiedo nemmeno più di venire a letto con me…»«Non incolparmi di mancanze a cui tu hai contribuito.»«Perché pensi mi sia piaciuto? Tutto quel tempo senza toccarti, a camminare in punta di piedi intorno a te perché non sapevo mai in che mood fossi. Credi sia semplice stare con te?»Elisa si voltò verso la finestra, come se stesse aspettando un suggerimento che non arrivò mai, così valutò che l’unica opzione rimasta fosse quella di uscire dalla stanza.Si dette una leggera spinta dal bordo del lavello e mise un piede fuori dalla cucina biascicando «Non ne ho più voglia.»Andrea si alzò di scatto facendo traballare la sedia.«Brava, vattene. È la cosa che sai fare meglio, lasciarmi da solo a combattere per questa relazione.»Elisa non si voltò. Continuò a camminare con lentezza ostentata, quella che diceva non sei nulla per me senza doverlo dire. Andrea rimase in piedi accanto alla sedia, una mano ancora appoggiata allo schienale. Tese l’orecchio per ascoltare i passi del vicino sul pianerottolo. Chissà se era appena arrivato o se si stava godendo da un po’ quel podcast di opinioni impopolari. Andrea, in quel momento, pensò che avrebbe voluto essere lui. Un uomo dalla vita ordinaria, che origliava la litigata di una coppia, i cui problemi non scalfivano la sua quotidianità. Un semplice interludio tra l’uscita dall’ufficio e il ritorno a casa.Elisa ricomparve sulla soglia. Indossava lo stesso cappotto che anni prima avevano comprato insieme in una di quelle boutique vintage che le piacevano tanto, solo che questa volta non sembrava donarle come allora. Il bottone centrale era slacciato, come sempre. Andrea aveva smesso di dirglielo da anni. Quella sera, però, si sorprese a chiedersi se fosse stata una resa o una forma di rispetto — lasciare che le cose stessero come stavano, senza continuare a sistemarle.«Vado a prendere il pane», gli disse senza alcuna enfasi.Andrea annuì. Si risedette, risistemando i gomiti sul tavolo. Dalla finestra arrivava l'odore di qualcuno che stava cucinando nel palazzo di fronte. Prese in mano il telefono senza guardarlo davvero, lo appoggiò di nuovo e rimase in attesa.

L’altra sera mi sono fatto sfuggire qualche parola di troppo. Negli ultimi giorni ho meditato a lungo su quali potessero essere le conseguenze di divulgarti il segreto a cui ho accennato. Avrei potuto lasciar correre (sono sicuro che tu non avresti fatto altrettanto, o non altrettanto facilmente), ma mi ha tormentato un’immagine. Ho pensato di essere te: di essere a un passo dallo scoprire una verità tremenda e sublime, ma non saperlo mai. Nei tuoi panni, ho visto la nostra conversazione sbiadire con gli anni; ho visto quel cenno consumarsi e diventare un’antica pista mai battuta, perdere d’importanza – potrà mai essere importante qualcosa menzionato così alla leggera, senza che se ne parlasse più? In dormiveglia ho immaginato un Prometeo che, pur vedendo il fuoco in mano agli dèi, si limitasse a parlare ai cacciatori dell’esistenza di qualcosa di sottratto, di non rivelato, senza mai divulgarne la natura. L’ho immaginato mangiare carne cruda assieme a loro e rispondere a gesti sparsi alle loro inquisizioni; l’ho visto poi parlare della luna e del freddo delle grotte, come non avesse mai fatto cenno di nulla d’importante. Ho visto morire l’umanità perché Prometeo s’era tenuto il fuoco per sé. Per lealtà a chi, poi?Non si parla di umanità e di morte (condividiamo l’amore per la teatralità, mi pareva giusto esagerare un pochino), ma di te e di una conoscenza che potrebbe cambiare il tuo sguardo sul mondo. Ho deciso di rivelartela, perché mi addolorava pensarti ignorante. Per quanto riguarda le conseguenze, mi sono accorto di esserne già a conoscenza: non ce ne sarà alcuna, sia che tu decida di tenere per te questo nostro piccolo “fuoco” sia che tu vada a gridare il segreto in giro per il mondo. Anche se ogni umano su questo pianeta venisse a conoscenza del Concilio, non cambierebbe nulla: così fu decretato nel Concilio stesso, così io ho letto nel testo che lasciò indietro, così sarà, come sempre in precedenza.Quella sera ti dicevo che parlare di storia della scienza significa parlare di un resoconto manchevole del poco che nei millenni è venuto alla superficie della Babele di osservazioni, intuizioni, misteri e ingegni degli approssimativamente cento miliardi di individui che hanno calcato questo nostro stesso mondo. Il mio punto era che la scienza e il segreto fossero legati da sempre in matrimonio. Segreto è sia ciò che viene perduto che ciò che viene intenzionalmente omesso. C’è sempre qualcuno che impara a forgiare il ferro prima degli altri; c’è sempre qualcuno che per primo traccia una mappa delle stelle e si proclama gran sacerdote. Parlavamo delle corporazioni come di tribù in guerra, dei loro centri di ricerca come antiche biblioteche e ziqqurat, dove i funzionari conservano gelosamente i loro frammenti di tecnologia, i loro pezzi di futuro, per avere una qualche leva sul mondo. Mi dicevi che oggigiorno i segreti sembrano appartenere solo all’ingegneria, alla scienza dei materiali, all’astronomia o ai cunicoli d’ombra della politica. Alla storia e all’archeologia, avevi aggiunto, competono solo congetture e ipotesi rivelate. Con questa lettera, come già durante la nostra discussione, ti ripeto che non è così. Alle nostre misere scienze appartiene un segreto raccapricciante; sì, a noi, che non partecipiamo alla corsa globale alle armi (alla tecnologia, al futuro), ma volgiamo lo sguardo indietro, dove si pensa che non ci sia più nulla di utile da rinvenire. Siamo un mormorio di fondo nella storia della scienza e abbiamo appena un briciolo di credibilità. Per questo il Concilio ha deciso che solo noi potessimo sapere. Parlo di quanto segue come se fosse conoscenza comune, perché lo è nella nostra cerchia. Abbiamo studiato e scavato a fondo. I primi dieci o vent’anni di ogni studente che viene introdotto al segreto vengono spesi a teorizzare sulla natura del Concilio, sul suo funzionamento e sul suo impatto. I più brillanti tentano disperatamente di capovolgerne le regole e finiscono bruciati. In molti hanno divulgato il segreto: il mondo li ha ridotti al silenzio, pur lasciandoli blaterare per tutta la vita. Non c’è nessun governo dietro questo processo, nessuna setta, nessun’agenzia o forza dell’ordine. Capirai da te, se deciderai di continuare a indagare.L’inizio del Concilio è convenzionalmente collocato alla soglia dell’anno Mille. Si tratta ovviamente di una stima approssimativa, con un margine di errore di un centinaio di anni. I preparativi per il Concilio iniziarono almeno due secoli prima. Il nucleo principale – il proto-Concilio – fu probabilmente composto dalle élite intellettuali del califfato islamico, della dinastia cinese Tang e dell’impero bizantino, oltre che da un manipolo di alti funzionari della chiesa di Roma. Delle implicazioni di questi legami parleremo di persona: c’è abbastanza da conversare per una vita intera. Si trattava di una profondissima collaborazione, radicata nelle strutture di potere oltre che nei centri culturali. Alla storia è rimasta una pallida traccia dei reali avvenimenti: si parla di scambi commerciali e di contaminazioni accidentali, quando in realtà ogni salto tecnologico e culturale dell’epoca (persino l’adozione della carta) fu programmato e reso necessario in vista del Concilio. Non sappiamo chi fu ad accendere la scintilla, ma la teoria dominante vede il Concilio concepito in origine nelle biblioteche e negli atri dei palazzi di Baghdad. Gli avvenimenti che sto per narrare hanno del fantastico, ma ti prego di seguire senza pregiudizio. Chiarirò ogni dubbio dal vivo.Il proto-Concilio – l’assemblea che due secoli dopo sarebbe divenuta il Concilio – cominciò a riunirsi periodicamente attorno all’800 d.C., in diversi siti in Asia Minore. Era formato da filosofi, alti funzionari, sacerdoti e imperatori, ma soprattutto da interpreti. Si trattava di menti acute: capirono in fretta che nella loro assemblea c’era un mondo per ogni lingua, e che a ogni scambio e traduzione andava perso un po’ di colore, di sottigliezza, e si banalizzavano i concetti. La realtà di un arabo era diversa da quella di un bizantino, anche quando sembravano condividere la stessa terra e osservare gli stessi oggetti. Per prima cosa, quindi, i membri del proto-Concilio dovettero creare una lingua per capirsi realmente (“per vedere lo stesso mondo”). Non puntarono alla semplicità, ma alla completezza di espressione. Fu reso immediatamente chiaro che, per un obiettivo come il loro, era necessario poter esprimere ogni possibile sfumatura di emozione e ogni possibile grado di ogni possibile concetto con la massima precisione. La lingua risultante, a cui abbiamo dato il nome di Conciliare, è composta di un alfabeto di oltre settemila e settecento caratteri, ognuno con un numero di variazioni possibili tra le dieci e le trenta. I nomi e i verbi vengono coniugati non solo in base alle caratteristiche obiettive, ma anche alla percezione interiore e individualizzante dell’oratore: alle sue opinioni e posizioni personali riguardo l’oggetto, il soggetto o l’azione descritta, alle sue memorie, rielaborazioni e connessioni, ai suoi significati simbolici e così via. Esiste una gerarchia di espressione, per evitare che uno di questi fattori venga scambiato per un altro. I suoni sono netti e chiari. Le regole di pronuncia sono rigidissime e non è presente alcuna ambiguità sonora (non ci sono due parole pronunciate allo stesso modo) o eccezione grammaticale. È una lingua che descriverei modulare.“La mela è rossa” o “La mela è sul tavolo” sono espressioni aliene al Conciliare, perché troppo primitive. Tutto ciò che è sbrigativo e apparentemente efficace, secondo il proto-Concilio, avrebbe coltivato confusione e distorto la comunicazione. Quindi “la mela – che riconosco essere simbolo di conoscenza e peccato per alcuni dei membri di questa assemblea – per me priva di significato simbolico – che evoca in me sentimenti di una nostalgia pungente – che al momento non ho alcuna voglia di mangiare (era importante anche comprendere quali fossero desideri e pulsioni dell’oratore in relazione all’oggetto o al concetto descritto) – è di una specifica gradazione di rosso quando osservata a una luce equivalente a quella dell’una e mezza in un giorno di metà primavera in un campo aperto al livello del mare nel sito della presente assemblea”. Il Conciliare è la lingua dell’espansione di senso, dell’esplicazione nitida. È un tentativo affannoso di esprimersi realmente. Pensiamo che per la sua stesura siano stati impiegati interi decenni. I membri del proto-Concilio non divennero mai fluenti, ma iniziarono immediatamente ad impartire un profondo studio della lingua ai propri figli, eredi e pupilli. Due secoli dopo, il reale Concilio si tenne interamente in Conciliare, tramandato di generazione in generazione in una lunga e devota preparazione.Tra gli altri problemi che il proto-Concilio si ritrovò ad affrontare ci furono la questione religiosa e quella della partecipazione universale. Si decretò che tutte le religioni fossero vere, ma nessuna reale in senso assoluto. L’obiettivo del Concilio era più grandioso della vita di qualunque profeta e metteva in ombra qualsiasi rivelazione precedente. La questione della partecipazione universale, invece, si divideva a sua volta in due argomenti: innanzitutto, che partecipassero rappresentanti per ogni cultura esistente; secondo poi, che partecipassero rappresentanti di ogni ceto sociale. I membri del proto-Concilio erano ben consci della loro ignoranza riguardo il loro stesso pianeta. Avendo accesso alle strutture di potere delle loro rispettive culture (o essendo in prima persona governatori e amministratori), fondarono delle gilde di esploratori, le istruirono e le sparpagliarono in giro per il globo. Per un secolo, in segreto, gli emissari del proto-Concilio navigarono e cavalcarono e marciarono e morirono di stenti. Nelle Ande fecero la loro comparsa un manipolo di europei, arabi e cinesi, così come in America Centrale e in Nord America, nelle isole del Pacifico e ai Poli. Questi missionari erano votati a compiere il proprio dovere e poi svanire dalla storia. Abbiamo ragione di credere che ogni impero, città e villaggio della Terra abbia ricevuto la loro visita; che ognuno di loro abbia insegnato il Conciliare ad almeno dieci eletti; che nessuno di loro abbia mai figliato; che abbiano trasmesso alle popolazioni da loro raggiunte la tecnologia adatta a traversare l’oceano, il modo di calcolare la data precisa del Concilio e quello di raggiungere la sua locazione. Il dibattito è ancora aperto su quali siano stati i metodi e i soggetti di questi insegnamenti. È probabile che solo una piccola porzione di questi esotici prescelti abbia veramente raggiunto il Concilio, due secoli dopo. Possiamo immaginare la reazione degli europei all’arrivo di questi umani con altri visi, altre mani, altre vesti, eppure con la loro stessa lingua – una lingua impeccabile, con cui vomitare per intero il proprio mondo e diradare una volta per tutte il mistero della Terra. Siamo incerti su come siano state scongiurati gli scoppi di epidemie mortali, sia all’arrivo dei missionari in terre remote che all’arrivo di questi popoli al Concilio. Possiamo solo sapere che è stato così. Forse, prima del Concilio, gli uomini erano sempre stati l’uno resistente alle malattie dell’altro, anche se provenienti da due capi diversi del mondo; forse è stato il Concilio stesso a decidere che i futuri colonizzatori europei dovessero portare con sé questo tipo di piaghe. D’altronde, quegli avvenimenti sono riportati nella Storia redatta dal Concilio.Garantire la partecipazione a ogni ceto sociale fu un’impresa non da meno. Un membro ideale del Concilio avrebbe dovuto essere fluente nel Conciliare, a suo agio nei dibattiti, forte delle proprie idee ma anche disposto a cedere in nome della visione collettiva. Sono caratteristiche estranee a contadini, assassini, falsi profeti, mercanti e tagliaborse. Ma l’umanità non è fatta di filosofi e imperatori: alla feccia e alla gente comune doveva essere riservato un posto d’onore nell’assemblea. Questo è il singolo punto che più di ogni altro getta luce sulle reali intenzioni e ideali del Concilio. L’obiettivo non era formare un’assemblea di uomini ideali per redigere una storia ideale; era mettere assieme l’umanità per redigere una storia umana. Questa fu la prima decisione del proto-Concilio (a prenderla ci volle tanto quanto per la stesura del Conciliare). Tra le opposizioni, ce n’è una che mi intriga. È un filosofo bizantino a parlare. “Per scrivere una storia umana non è forse sufficiente lasciare gli uomini liberi di comportarsi da uomini? Non è una storia umana, quella che ha portato al palazzo di Cnosso e a Maometto, al suicidio di Socrate e al primo raccolto sulle sponde del Nilo? Che bisogno c’è, allora, di un Concilio?” Si arrivò alla conclusione che dovesse esserci stato un Concilio prima di quello e che in quel Concilio si fosse deciso che il loro Concilio si sarebbe dovuto tenere – forse per modestia, o per mancanza di visione, l’antica assemblea non aveva avuto il coraggio di redigere una Storia che andasse oltre quel momento. La prova che l’antico Concilio si fosse tenuto stava nell’eccessiva armonia della storia, nel fatto che Socrate avesse deciso di imparare una melodia al flauto prima di morire, nel ruolo fondamentale dei maestri minoici, nel parallelo tra Gesù e Maometto, nell’esistenza di Roma e del Nilo stesso. Se quel Concilio si era limitato a redigere una storia umana, allora non c’era motivo perché il nuovo Concilio redigesse la Storia ideale: anzi, era già stato scritto dall’antico Concilio che il successivo avrebbe continuato sulle sue orme. Rifiutare quella volontà non avrebbe portato a nulla. Ti risparmio, per ora, i decenni di retorica che portarono a questa tesi. Non è da escludere che il proto-Concilio stesse semplicemente cercando un pretesto perché il Concilio avvenisse. Non è nemmeno da escludere che il Concilio abbia poi redatto quella che considerava essere una Storia ideale, nascondendosi dietro l’apparente umiltà della sua visione originaria.Prima di questa lunga digressione (perdonami, ma si trattava di un contesto essenziale) parlavamo del dilemma dell’inclusione di umani di ogni ceto sociale e caratura morale nell’assemblea. La soluzione trovata dal proto-Concilio fu a dir poco controversa, ma rimane come testamento al loro ardore ideologico. Venne decisa un’equa proporzione di rappresentanti di diverse fasce sociali e di uomini con esperienze al limite (da ogni continente dovevano venire almeno venti braccianti, venti assassini, venti schiavi, venti ladri, venti falegnami, venti condannati a morte...). A quel punto, la gran parte dei poeti e dei pensatori, dei legislatori e dei sacerdoti del proto-Concilio si mise all’opera. Condussero intenzionalmente le proprie vite e le proprie famiglie alla rovina, perché i propri discendenti divenissero mercanti, mozzi, contadini, tagliagole, borseggiatori, sicari. Ogni membro si fece carico della produzione di un certo numero di uomini e donne di estrazioni sociali ed esperienze di vita predeterminate, che fossero paradossalmente istruiti al Conciliare, all’ideologismo, al dibattito. La tradizione e l’educazione si tramandarono come un dovere sacro. Il segreto fu mantenuto. Queste casate si mantennero alla mercé del mondo perché un giorno nascesse il bambino che, come suo padre, avrebbe ucciso un uomo (o saccheggiato la tesoreria reale, o invaso e violentato, o trafficato schiavi) e poi sarebbe presenziato al Concilio. “Ma un parricida che conosce il Conciliare e viene a combattere per le sue idee non è un nobile prima che un omicida?” Furono spese fin troppe parole sull’argomento. Qualcuno propose che l’educazione fosse un mero attributo e che la nobiltà derivasse dalla morale, dagli atti: un parricida rimaneva un parricida, anche se sapeva inanellare le parole in una lingua perfetta e parlare per teorie del suo mondo di fango e sangue. Altri rimasero convinti che un parricida col Conciliare in bocca sarebbe sempre stato un surrogato; che quando si strozza un padre “il piacere di dibattere e teorizzare viene divorato da un odio insaziabile, dal desiderio di veder morto il mondo, di veder riflesso il cadavere del padre in ogni altro umano”.
Lo stesso valeva per fabbri e contadini, “che di natura non avrebbero alcun interesse a mettere il mondo a parole, avendolo già conosciuto per intero col tocco e col sudore”. Ad ogni modo, non trovarono compromesso migliore di quello. Gli esploratori vennero incaricati di rispettare la proporzione anche nella scelta dei propri discepoli. Gli atti riportano il loro insuccesso. Al Concilio si presentarono solo una frazione degli uomini di fatica e tagliagole d’oltreoceano di cui era stata fatta richiesta. In una bizzarra inversione dei ruoli, i selvaggi vennero a recitare in massa il ruolo dei nobili, mentre i discendenti dei filosofi si presentarono con mani callose, occhi stanchi e coltelli al fianco.Come ultimo atto, venne eretta una città fantasma sulle sponde del Tigri, né grandiosa né umile, come futuro sito del Concilio. Le fu dato il nome di “Zarasciandra”, che potremmo tradurre dal Conciliare come “sintesi/specchio – luogo dell’assemblea – prima città – ultima città” (tentare di adattare il Conciliare mi ricorda sempre di quanto primitive siano le nostre lingue). A Zarasciandra si incontrarono le guglie di Chang-an, i templi di Atene, gli archi di Roma, le cupole di Baghdad, i giardini di Babilonia, la pietra grezza irlandese [...] e ancora, i centri cerimoniali di Teotihuacan (di cui portarono notizia i pochi esploratori di ritorno), i tumuli dei popoli del Mississippi e i “sognatoi” degli aborigeni australiani. Ho presenziato agli scavi, che procedono da più di ottant’anni. Posso dirti che non c’è una giuntura che sembra fuori posto, o un angolo in cui l’incontro di due visioni fa venire meno la simmetria. Zarasciandra prova una volta per tutte che le architetture degli uomini sono pezzi di un unico insieme; forse persino che il loro destino sia sempre stato ricongiungersi.Il proto-Concilio si congedò cinquant’anni prima che si riunisse il reale Concilio. Ai pochi membri sopravvissuti non venne concesso un posto nell’assemblea, così che il Concilio non avesse in seno alleanze e rivalità pregresse o antiche complicità. Il vero Concilio iniziò in primavera. Bastarono nove lune perché Zarasciandra divenisse un riflesso della Terra (almeno, di quella degli uomini), affluendovi gente di ogni dove. I sacerdoti Toltec pregarono nelle moschee divinità dal volto di giaguaro; i costruttori di tumuli bevvero alle locande degli europei; gli arabi cantarono le lodi di Allah al ritmo della lira e di tamburi battuti con ossa di bisonti; gli adolescenti scandinavi appresero i principi del Confucianesimo e le loro madri impartirono agli abitanti del regno di mezzo la conoscenza delle rune. Alla sera, l’intero Concilio si riuniva nella grande piazza e interrogava ogni membro dell’assemblea sul suo mondo. Passarono almeno cinque anni perché ogni parola venisse detta. A quel punto, uomini e donne sembravano somigliarsi tutti e vedere tutti lo stesso mondo. Venne dichiarato ancora una volta l’obiettivo del Concilio: redigere la Storia dell’uomo, da quel giorno fino all’ultimo momento dell’eternità. Viene riportato un ultimo dilemma:“Dovremmo scrivere vita e gesti di ogni uomo che verrà?”“No; scriveremo dei loro tempi. Gli uomini verranno di conseguenza.”Da questo momento, i testi smettono di descrivere gli scambi interni all’assemblea: inizia la Storia. Prima di continuare, vorrei soffermarmi un momento sulle motivazioni dietro il Concilio. È un dibattito che probabilmente continueremo per tutta la vita, io e te, e che ti accorgerai presto essere una questione di fede più che di scienza. C’è chi dice che nell’originale Corano e nelle prime stesure della Bibbia si parlasse del Concilio come compito sacro dell’umanità per ascendere al divino (il primo passo di una razza di dèi in erba, o di un dio solitario con tante teste quanti uomini sulla Terra); si dice che alcuni Bodhisattva predicassero di un evento analogo al Concilio come mezzo di liberazione collettiva (predeterminando la storia si uccide la potenziale influenza di ogni uomo futuro; non c’è più ragione di avere un ego, quando non se ne possono vedere gli effetti sul mondo). Personalmente (non senza prove) penso che il Concilio sia stato un gigantesco esperimento scientifico. Prima ti parlavo della luna, del freddo delle grotte e di umani senza fuoco: voglio tornare per un momento lì. Quegli uomini gettavano in terra le interiora degli uccelli e le ossa delle prede per cercare indizi sul domani, o spiegazioni del giorno trascorso. Sapevano che qualsiasi cosa avrebbero letto nelle loro forme e disposizioni sarebbe stata innegabilmente reale. Lo sappiamo anche io e te, e tutti gli altri uomini che in questo momento vivono secondo le leggi del Concilio. Sappiamo che il mondo ci parla; o che noi, interpretandolo, ne decidiamo la forma. Abbiamo discusso spesso degli studi junghiani sulla sincronicità. Ecco, io penso che il Concilio sia la prova più schiacciante della loro veridicità e delle stupefacenti conseguenze dell’applicazione del loro principio. Ogni essere umano mai vissuto ha avuto almeno una volta la sensazione inspiegabile di poter immaginare il mondo e vedere la propria fantasia realizzata. Gli intellettuali di Baghdad devono aver avuto la stessa consapevolezza, ma solo prove passeggere e non replicabili. Ecco perché il Concilio: un’assemblea preparata per secoli all’unico scopo di provare incontrovertibilmente il proprio potere sulla realtà. Un’assemblea per redigere la Storia dell’uomo e vederla accadere di fronte ai propri occhi. Se il Concilio avesse avuto successo, se la sua Storia fosse divenuta reale, la tesi primordiale degli uomini sarebbe stata provata una volta per tutte. Il Concilio ha avuto successo.Gli scavi a Zarasciandra sono iniziati nel dopoguerra. Si dice che le coordinate siano state rivelate in sogno a un archeologo tedesco in esilio negli Stati Uniti. Il centro della città si apre su un colossale anfiteatro, che pensiamo essere stato il luogo delle sedute del Concilio. Al centro di quell’anfiteatro c’è un pozzo dal diametro di venti metri e dalla profondità tutt’ora sconosciuta, dov’è srotolata un’immensa pergamena. Su quella pergamena sono contenute tutte le informazioni che ti ho divulgato finora (la stesura fu iniziata dal proto-Concilio), il cifrario per comprendere il Conciliare e l’intera storia umana. La Storia inizia così:“Il Concilio si mette al lavoro. [...] Zarasciandra viene seppellita. Il mondo dimentica di Zarasciandra e dei preparativi che hanno portato al Concilio. Il Concilio deve essere tagliato fuori dal mondo perché nessuno lo osservi lavorare. I membri del Concilio, non visti, sono ora oltre il tempo. Qualsiasi evento della Storia su cui il Concilio trova un accordo appare immediatamente trascritto su questa stessa pergamena, con grafia chiara, coerente, della grandezza giusta per essere letta. Il Pozzo è ora profondo fino al centro del pianeta, e il centro del pianeta è abbastanza distante da ospitare l’intera pergamena della Storia. [...] I membri del Concilio vivono eternamente uguali a sé stessi. Quando l’ultima parola della Storia sarà scritta, i membri del Concilio si ritireranno in fondo al Pozzo. Là attenderanno che la Storia sia stata letta e accoglieranno gli ultimi uomini, nell’ultimo momento dell’eternità.”Abbiamo raggiunto una profondità di circa quattordici chilometri nell’esplorazione del Pozzo, che corrisponde al sessantaseiesimo secolo. Sono correttamente riportati i maggiori eventi storici di cui siamo a conoscenza, spesso in versioni leggermente divergenti da quelle convenzionali. Ho letto passaggi sulle Crociate, l’invasione mongolica, la rivoluzione francese, l’Olocausto, il nostro piccolo mondo di tribù corporative, la futura caduta degli Stati Uniti, lo scioglimento di una lega araba che ancora deve formarsi e il primo incontro tra un capo di Stato e un extraterrestre. Il nostro periodo storico è tra i più bizzarri tra quelli descritti dal Concilio (forse arrivato a un apice di delirio immaginativo), ma presto la bizzarria rientrerà e la storia verrà incasellata nuovamente nei suoi schemi ricorrenti. Ci saranno, in futuro (parlo del trentasettesimo e del quarantacinquesimo secolo) periodi storici analoghi al nostro; come sempre, saranno superati. So già che domande hai in mente. Sì, esiste una vasta cronaca di tentativi di impedire le decisioni del Concilio (sì, l’assassinio di Kennedy si avverò proprio grazie a uno di questi tentativi; sì, lì sono descritti il bombardamento del Partenone, Hiroshima e l’undici settembre; sì, sono descritti con minuzia i sogni che avrebbero portato quel tedesco a Zarasciandra). È inutile che ti parli delle catastrofi e delle epifanie che aspettano l’umanità: è solo la ripetizione di un vecchio copione. E poi, non avresti voce in capitolo. L’unico modo di sovvertire la Storia del Concilio sarebbe istituirne uno nuovo. Ma la Storia è stata scritta ad arte per impedire che ciò avvenisse: per questo viviamo in un mondo diviso, sezionato, eppure illuso della propria unità. Finché l’illusione permane, nessuno capirà che questa disgregazione esiste e nessuno agirà per sovvertirla.Il Concilio è onnipotente. È onnipotente e infantile. Non voleva che qualcuno rompesse il giocattolo che s’era tanto impegnato a costruire, e ti assicuro che non succederà. Scoprendo dell’esistenza del Concilio, non abbiamo fatto che cambiare soggetto al paradosso teologico del male e saperlo reale una volta per tutte. Non c’è Dio, ma c’è il Concilio. Dio può tutto; il Concilio può tutto. Ma dove Dio è immacolato, il Concilio è disgustosamente umano. La storia umana fino al Concilio fu scritta col conflitto, col dolore, con la separazione: con l’orrore. La Storia dopo il Concilio è ancora carneficina, incomprensione, orrore. Perché? Ho una mia risposta personale. Penso che il Concilio avesse paura di sbagliare. Per riverenza verso una natura umana difettosa, sanguinaria e miope, ha redatto una Storia difettosa, sanguinaria e miope; così ci sarebbe stato meno margine d’errore e quel pomposo esperimento non sarebbe scaduto nel ridicolo. Il Concilio non ci ha liberato dal male perché non si credeva realmente capace di tanto. Lo era. Ora siamo schiavi della sua inettitudine, della sua pretesa di verosimiglianza, della sua mancanza d’ambizione. Il Concilio era Dio; questo lo terrorizzava. Allo stesso modo, lo terrorizzava l’idea che un giorno sorgesse un altro Dio (un altro Concilio), che avrebbe saputo redigere una Storia vastamente migliore o peggiore della sua – in ogni caso, diversa. A quel punto, il Concilio di Zarasciandra avrebbe smesso di essere divino. Non poteva accettarlo.Mi rendo conto del peso di ciò che ho detto. Se lo ritieni troppo, sei libero di pensare questa lettura come un mio lungo esercizio immaginativo. Se pensi di saper sopportare, ti farò vedere Zarasciandra. Se vorrai provare a preparare il prossimo Concilio, ti aiuterò. Sappi solo che sono già a conoscenza del risultato dei nostri sforzi.

IQuando lo vedo, quando lo sento, quando lo mordo, quando lo strazio.
Quando lo tocco, quando lo specchio, quando lo smonto, quando lo alzo.
Quando lo vedo, quando lo sento, quando lo guardo, quando lo spicchio.
Quando mi vedo, quando mi sento, quando mi guardo, quando mi spicchio.Parole al vento, parole vuote da cui fuggo. Non sono meno vuota, non sono meno vento, ma fuggo.Nella dottrina del quasi progresso mi inverto, mi trafiggo, mi rifletto, mi sconfiggo, non per giusta causa, ma per vana ragione, vana e velleitaria come il mio segno, come il mio nome, come il mio idillio costellato di inferno.Non è più vero, non c’è più il vero, non è mai stato così non vero - il vero del vero, che da lontano, senza dispetti continui a guardare, ad assaggiare, a vomitare, ad imparare che senza di quello, vero davvero, non saresti stata effigie di un parto mancato ma sempre presente.Vane parole, brutte parole, ovvie parole, dilapidate da aggettivi che si ripetono senza contesto, senza volere, senza potere, a malincuore per disperazione, il contraccolpo del mio sentire che si dimena senza pensare, senza gioire, senza morire.Auspico a tutti da un posto lontano di impazzire del proprio dolore, perché così dopo lo strazio del mai superato, resti lo spazio del proprio respiro.IIQuando ero piccola giocavo con le Erinni, compagne tenaci di passatempi indiscreti.Vergavano su di me con le loro ali viscose, oleose, dal retrogusto dolciastro di identità tradite.Effimero diletto di inconsapevole pregiudizio di vizio ritorto, convulso, disdetto, di un amplesso maledetto che avviò il tutto.Orribile diletto di principi mai seguiti, né fuggiti, né guardati, ma assorbiti per l’inerzia della duplice essenza di una sfera spigolosa.Scintillante, al punto di essere abbacinante per un pubblico ingenuo e incurante, come me, come loro, come voi.Silenziosi osservatori del mio teatro degli orrori, regalatomi in dono all’alba dei miei singhiozzi luttuosi.Genesi funesta, lussureggiante idolatria di una triviale tirannia.E ridi, ridi ancora, ridi per dispetto, ridi per disperazione, per colore, per poesia, ridi per tutte le grida che non hai mai potuto lucidare, incasellare, incipriare con ardore.Con convinzione, espio la mia vanità figlia di colletto bianco in un roboante, colossale monumento al mio sfratto esistenziale.IIIDisdicevoli singulti di giudizio, non sono nulla, eppure sono tutto.Onorevoli sguardi di mostro si ammassano sulla mia schiena incurvata, madida di argento.Passato e presente sono uniti nel trauma di lenzuola consunte.Accatasto con incestuosa avidità i soldatini di piombo che mi trafiggevano da bambina, li ho conservati, uno per uno li ho estratti dal ventre, delizia suprema di deliranti premure, torture, paure, brutture, congetture di ghiaccio a stento riflesse, riverse, convesse.Viscere di seta, viscere di ricordi, inattuabile dimenticanza.Gli sforzi dell’oblio non sono più la mia danza.Voglio ricordare le sedicenti assolutezze dei poveri cristi che ho incontrato.Stoltezza, sconcia arroganza di stizza, di bizza, mielosa impazienza trasparente, inconsistente, evitante.Tutto questo e ancora di più io voglio ricordare.Tutto questo e ancora di più navigherò senza specchi, la mia nave si approccia risoluta.Non sono vento, non sono onda, non sono schiuma.Con presenza nuda, oggi, a me e soltanto a me, dico:
“Sono una sopravvissuta.”Nella topografia animica suonata dal Daimon mi inabisso come vergine delfica nella vastità che mi commuove.Percorro gli spazi aperti, un tempo ricoperti di ruggine.Armonia di contrasti, come è inesprimibile oggi la tua matura dolcezza.Nell’insostenibile palazzo di carte che ho innalzato ritrovo la ghianda che avevo smarrito.Calo il sipario sulle mie maschere ancillari.La volta tremante delle messe in scena di rugiada trasmuta in sembianze timidamente umane.Mi disseto finalmente sul sentiero del Parnaso.

Una giornalista mi diede la notizia della morte di Fausto Tomasi e mi chiese un commento: riagganciai. Trascorsi la giornata alla finestra, nel monolocale in cui il divorzio mi aveva gettato, a spiare le faccende di un gatto grigio nel giardino di una villa. L’osservavo gironzolare, stendersi al sole, raramente correre.Mi sembrava che la sua vita non dovesse rispondere a niente e a nessuno.Mia moglie, Clara von Bauer, veniva da una famiglia di ex baroni austro-ungarici, ma quando ebbe le prove della mia storia con Arianna, una studentessa, si scoprì capace di scene triviali. Ne aveva tutte le ragioni.«Porco bastardo e schifoso narcisista!» aveva urlato, portandosi via Otto e Hanna – nomi dei suoi genitori, nulla di mio. L’avevo sposata vent’anni prima, costretto da mia madre: un matrimonio è il modo migliore per far dimenticare al pubblico le carezze date a un maestro di letteratura del collegio. Da allora non avevo più rivisto Fausto, e nemmeno m’importava.«Franz Manstein?» la voce telefonica di Edoardo Giustiniani. «Senti, caro, è ora che mi consegni qualcosa, altrimenti dovrò rescindere il contratto».Una rottura, in tutti i sensi, ma non riuscivo più a scrivere.Mia madre, una signora, aveva dichiarato: «Per me, sei come disperso».La Giustiniani Editore, invece, rivoleva il successo dei Predatori. La realtà era che il nuovo romanzo sul giovane scrittore che si innamora del suo insegnante non riusciva e ora non sarebbe riuscito mai più: mi sentivo in gabbia.A sera Franz Manstein era a pezzi. Seduto al computer, fissavo la pagina bianca; era per me un’ossessione, quel titolo, Fausto, che avevo dato al lavoro.Per tutto il giorno, avevo soltanto bevuto: birra, vino, liquori; tutto quello che c’era in dispensa. Ero così ubriaco che diedi di stomaco a terra, accanto alla scrivania. Mi venne fuori, non so come, una mezza preghiera, un Dio, ti prego, aiuto, ma il silenzio che seguì mi fece imbestialire. Mi venne un’idea ripugnante: scendere per strada, così sporco e schifoso, e aggredire il primo che passava, ma erano le tre di notte, e non avrei trovato nessuno.Tornai a Fausto, al cursore lampeggiante che mi giudicava. Era morto l’uomo che mi aveva insegnato il mestiere di scrittore, che mi aveva voluto bene; e io a lui. Avrei voluto scrivere una riga, una sola, poi mi sarei buttato sul letto. Dio, com’ero nervoso: era colpa di Fausto, di Clara, di Arianna! Dovevo far loro del male. Cancellai tre o quattro mozziconi di frase e tornai alla pagina candida, solo con il titolo. Non potevo uccidere nessuno. Potevo solo scrivere.Allora mi dissi che avrei inventato un omino a mio uso e consumo. Quelle idée! Strano a pensarci, ma cominciai subito a scrivere, e con grande ispirazione.Immaginai, e descrissi, una via di Milano negli anni Cinquanta, come nei Predatori. Il mio uomo camminava sul marciapiede, aveva quarantacinque anni, più o meno come me. Con la fantasia annebbiata dall’alcol, gli diedi i tratti di quell’attore americano degli anni Trenta, Edward G. Robinson: faccia larga, occhi scuri, figura tarchiata. Poco importava. Con un vestito marrone, andava al lavoro: era un impiegato di banca. Mancava solo il nome, ma stava già scritto in cima alla pagina: Fausto. Ci aggiunsi Bez e così lo battezzai.Per prima cosa, gli tirai addosso un bel temporale e lo mutai subito in diluvio. Inutile dire che Bez non aveva l’ombrello. Si inzuppò fino alle ossa e se ne lamentò con Doris, una collega. Si asciugò come poteva e, indossate le sue maniche da lavoro, aprì lo sportello. Per le prime ore, mi divertii a fargli dei dispetti: feci esplodere una penna stilografica, smarrire dei moduli, cadere la tazzina del caffè, cose così. Poi alzai il tiro. Tre uomini con il volto coperto entrarono in banca, armati, e uno di loro ordinò proprio a Bez: «Vuota le casse in questo sacco, e non fare scherzi».Le colleghe mandavano lamenti come di cagnolini separati dalla madre; il carabiniere di guardia alla porta, sotto tiro, teneva le mani in alto; il collega che serviva allo sportello accanto gli fece un cenno, come per incoraggiarlo. Bez incrociò lo sguardo del direttore, fermo sulla porta del suo ufficio, e procedette a riempire il sacco di banconote. Quando giunse di fronte alla prima cassa, gli si presentò, nascosto sotto il bancone, il pulsante dell’allarme automatico. Volevo che provasse a premerlo, pregustavo il momento in cui avrebbe allungato la mano: doveva fare la cosa giusta, Fausto era fatto così. Si mosse lentamente, ma uno dei rapinatori gli fu dietro e lo colpì alla nuca con il calcio della pistola. Fausto Bez stramazzò al suolo, era soltanto svenuto, ma fu per me un tale orgasmo di soddisfazione che mi appoggiai alla scrivania e, con tutto l’alcol che avevo in corpo, mi addormentai.Mi svegliai con la testa spaccata in due, ma dalla sbornia. Il sole del mattino apriva le tende, il gatto grigio perlustrava il suo regno. Vidi il vomito che si seccava, rilessi quello che avevo scritto e mi trovai ripugnante in ogni senso, ma non riuscivo a smettere di pensare al piacere che avevo provato. Qualcosa in me voleva continuare, perciò immaginai, e descrissi, Fausto Bez che si svegliava nel suo letto, la testa che doleva; sua moglie Sandra lo aiutava ad alzarsi; sua figlia Livia, biondina seria e intelligente, lo abbracciava in corridoio. La famiglia raggiungeva la cucina per la colazione. La giornata era libera: avevano comunicato la chiusura della banca per le indagini.Trattenendo un sorriso, feci squillare il telefono. Sandra andò a rispondere e restò impietrita, poi disse a Fausto che qualcuno lo cercava.«Fausto!» una voce femminile lo travolse. «Ho saputo! Oh, il mio Fausto!»Bez balbettò qualcosa, ma la donna non accennava a fermarsi.«Ah, ho capito,» abbassò la voce come se qualcuno potesse sentirli «era tua moglie, vero? Lo so, non avrei dovuto chiamare, ma non avevo più tue notizie!»Neppure stavolta lasciai parlare Bez e la donna alzò a tal punto la voce che si sentì attraverso l’apparecchio, come se fosse nella stanza: «Ti amo, Fausto, non posso vivere senza di te!»Immaginavo Bez, impalato: sì, gli avevo dato un’amante. Livia era corsa a nascondersi in cameretta. Si misero a urlare: lui non sapeva nemmeno chi fosse, lei urlava che l’aveva sempre saputo, quella schifosa di Doris. Gli tirò uno schiaffo: lei e Livia andavano da sua madre. Non risparmiai nulla al poveretto, mi misi a descrivere la trafila del divorzio: avvocati, cattiverie, insulti. Alle udienze per l’affidamento, Livia non lo guardava mai. Scendeva, abbandonato da tutti, in fondo alla catena alimentare: la banca non riapriva, il divorzio drenava i suoi risparmi, si imbruttiva, spesso puzzava di vino; finì in una pensioncina lercia dalle parti di via Lazzaretto.Steso su un materassino lurido, in mutande, con una coperta e una bottiglia di vino, il mio Bez ascoltava i rumori: le ragazze che ridevano con i clienti; il catarro del vecchio Brusa, ex tramviere, che aveva perso la vista, e il lavoro, a furia di grappa; certe stanze erano occupate, ma sempre silenziose. Quando aveva chiesto una tazza e un cucchiaino per poter prendere il caffelatte al mattino, il padrone gli aveva dato una posata tutta bucherellata.«Altrimenti i tossici li rubano» era stata la risposta al suo dubbio.I soldi erano finiti e già il mese successivo non avrebbe avuto di che pagare la stanza. L’unico abito rimasto era piegato su una sedia, una cura che tradiva il suo passato borghese. Persino il vino cominciava a disgustarlo. A me, invece, l’alcol non aveva ancora stancato, perciò andai a cercare una bottiglia di liquore, l’omaggio di un premio letterario, che fino a quel momento non mi ero ancora scolato per pudore. Non ci misi più di dieci minuti, ma quando tornai allo schermo vi trovai almeno due paragrafi già scritti e un terzo che si stava componendo. Il computer scriveva da solo e il personaggio parlava.Fausto Bez piangeva nel lettino, lacrime calde gli scorrevano sul volto, senza singhiozzi, come pioggia. Spingeva via la bottiglia e si raggomitolava sotto la coperta, con le ginocchia strette al petto. Stava con le mani giunte, le nocche strette fino a sbiancare, in un parossismo di dolore da condannato che si arrenda al carnefice, ma voglia ancora vivere. Con mio grande stupore, stava pregando: «Dio, ti prego, aiuto! Non ho fatto nulla, mi sono accadute cose orribili. Non riesco a discolparmi, mi odiano. Vorrei essere morto… Livia non mi guarda più, perché? Qualcuno mi odia, Dio, perché non mi aiuti?»Non poteva! Non era una persona reale, era solo un personaggio. Furibondo, cancellai il paragrafo in sospeso, ma non potei cancellare il resto.«Maledetta macchina» borbottai.Ebbi paura di non poterlo dominare e da vero codardo colpii più forte. Immaginai che il mese fosse terminato e che gli sforzi di Bez, nonché le sue preghiere, si fossero rivelati vani: la povertà e la vergogna l’avevano schiacciato. Ora viveva per strada, mangiava forse una volta ogni due settimane, quando era aperta la mensa dei poveri; per il resto, rimediava qualche crosta da un fornaio o da un commerciante. La fame gli dava le allucinazioni e non lo lasciava dormire.Una sera passò davanti a una rosticceria, la vetrina illuminata esplodeva di bontà e di pane. Il rosticcere, un omone corpulento con il grembiule di tutte le tonalità dell’unto, serviva una sciura col cappellino. Bez non se n’era accorto, ma aveva la faccia incollata alla vetrina e un filo di saliva gli scendeva fino a terra. Con un rantolo, come il rivoltarsi di una marionetta, afferrò la maniglia e con uno sforzo enorme entrò nel negozio. Non riuscì neppure a sillabare «Mi scusi», che l’omone gli fu addosso e lo scaraventò per strada.Ecco cosa succede a scherzare con Franz Manstein. Mi concessi un goccio, soddisfatto della mia piccola scena da vaudeville, e stavo per tornare alla tastiera, quando il racconto riprese a scriversi da solo, di nuovo!«Maledetto! Dio, tu sia maledetto!» Fausto gridava. «Maledetto il giorno in cui sono nato, ma mille volte maledetto tu! Cosa ti ho fatto? Perché non mi uccidi? Sconfiggi il mio nemico e lasciami in pace: lui è lì, ci guarda, mi tortura! Sono un insetto a cui staccare le ali per divertimento. Mi brucerà con una lente, come un bambino capriccioso… e tu non farai niente?»Il gioco si era protratto tanto che anche per me si era fatta sera, ma il buio più fitto era nella mia testa, mentre leggevo le parole che si formavano sullo schermo, e non sapevo cosa fare. Il silenzio regnava anche nel mondo immaginario di Fausto Bez, che se ne stava in ginocchio in mezzo alla strada, evitato dai passanti. Nessuna risposta, né di qua né di là. Il racconto proseguiva ancora da solo.«E va bene, allora» disse Bez sottovoce.Si alzò da terra e puntò un uomo distinto col cappotto che stava passando davanti alla vetrina della rosticceria. Presa la rincorsa lo travolse con tutte le sue forze, rovinando con lui contro la vetrata, che si infranse. Finirono a terra, contusi e feriti, frammenti di vetro ovunque; il rosticcere era basito. Bez si rialzò e prese qualcosa a caso, se lo nascose nella giacca e corse via.In un giardinetto, seduto su una panchina, Fausto scoprì cosa aveva rubato: un pollo arrosto. Con le lacrime agli occhi, mangiò. Una soddisfazione animale lo invase e gli rinnovò la rabbia, come se le cellule, riempite dal nutrimento, fossero entrate in uno stato di frenesia. Il palazzo di fronte lo conosceva: ci stava la sua ex moglie. Dopo il divorzio, lui voleva restare in buoni rapporti, per poter vedere Livia, ma Sandra aveva dichiarato che la sua cattiva influenza e le sue porcherie dovevano stare lontano da lei e dalla ragazzina. Quale cattiva influenza? Non aveva fatto porcherie. Questo complotto doveva finire, era pur sempre il padre! Se quell’infame che lo torturava non voleva smettere, allora lui avrebbe risolto la questione come aveva risolto la fame. L’avrebbe ammazzata di botte, si sarebbe ripreso la sua bambina. Magari Sandra era persino complice. Freddo come la notte che lo circondava, Fausto si diresse verso il palazzo.Mentre leggevo del suo progetto omicida, mi tremavano le mani e mi scivolò la bottiglia di liquore. Quando lo vidi alzarsi dalla panchina, tentai di cancellare le frasi, ma non ci riuscivo. Per quanto le eliminassi, quelle si rifacevano identiche e proseguivano. Ora Fausto era davanti al portone. Provai a scrivere che ripensava alla prima volta che si erano incontrati, lui e Sandra. Un giorno di primavera, alla festa, quando le era sembrata bella col vestito rosso, in mezzo alle altre ragazze. E lui, un giovane imbecille, con le scarpe di vernice. Era prima della guerra. Parve esitare, poi suonò in portineria.Saliva le scale: si era liberato della portinaia, del resto cotta di sonno, inventando una storia sull’avvocato Cerci, partito per la montagna, che gli aveva affidato la cura dell’appartamento. Tentai con Livia, di cosa ne sarebbe stato della piccola, se fosse rimasta orfana di madre e con il padre in galera. Si ricordava della prima volta che l’aveva tenuta in braccio? Fausto scrollava il capo, ma saliva più lentamente, stanco. Oltre lo schermo, borbottai: «No, no, no… Fermati… Cosa ho fatto?»Ma Fausto era ormai di fronte alla porta dell’appartamento di Sandra. Il pianerottolo era deserto. Ecco cosa avrebbe fatto. Suonare, bussare forte; Sandra avrebbe aperto assonnata e lui l’avrebbe gettata a terra, senza darle tempo di rendersi conto; l’avrebbe picchiata, strangolata; forse ci sarebbe stata anche Livia; si portò una mano alla fronte…Il paragrafo si stava completando e il tasto CANC non sembrava avere alcuna funzione; un nodo mi stringeva la gola e gli occhi mi si riempivano di lacrime.Poi ebbi un’illuminazione: staccai la corrente e il computer morì. Avevo il salvataggio automatico, perciò il racconto si sarebbe congelato su quell’istante, ma non sarebbe potuto andare oltre. Per nulla al mondo l’avrei riaperto.Mi sono ritirato in una casetta in montagna: anonimo, come certi grandi autori. Non ho più scritto e sono stato a tanto così dal perdere il contratto con Giustiniani. Quando non ho più saputo come tenerlo a bada, gli ho inviato Fausto così com’era, senza riaprirlo: quel finale tronco poteva sembrare una provocazione. Era pessimo, ma non avevo scelta. Eppure, il romanzetto ha avuto un successo travolgente, tutti lo leggono e se ne fanno presentazioni e conferenze.Il mio narcisismo ha ripreso quota: ho telefonato in casa editrice per informarmi. Non ho parlato con Giustiniani perché sapevo che mi avrebbe detto solo sciocchezze, perciò ho chiesto di Nanà, la segretaria, che con me era sempre stata sincera.«Le recensioni sono ottime» mi ha detto. «Alla presentazione a Venezia, per esempio, tizio, coso, ha fatto un bel discorso. Il finale scatena un tale dibattito…»«Ma se sono scappato?» ho sbottato, un poco infastidito.«Franz Manstein!» Nanà rideva. «Sei il solito stronzo.»E mi ha raccontato, divertita dai miei commenti increduli e convinta che fingessi, che si discuteva ovunque, persino in convegni appositamente organizzati, di quella scena finale, quando il personaggio, Fausto Bez, si trova di fronte alla porta e ha intenzione di uccidere la moglie, e… si ferma, lancia uno sguardo… com’è che dice il testo, ah sì: un’occhiata in alto, gelida, oltre il confine della pagina. Poi si volta e se ne va.«Cosa?» ho gridato. «Bez non ha ucciso la moglie? Avete cambiato il finale?»Nanà è sembrata preoccupata. «Franz, stai bene? L’anonimato, la montagna, non andare a ritirare i premi, va bene… ma dimenticarsi il proprio libro. Non l’abbiamo toccato, come sempre: è il tuo finale, per chi ci hai preso…»Fausto Bez si era voltato ed era andato via. Ma io non l’avevo scritto.

Quando raggiunsi la Casa per la prima volta, un profondo senso di malinconia mi morse il cuore. Il rosa della sua facciata era stinto, la pelle diafana di un uomo nei suoi ultimi giorni di vita. I mosaici delle sue vetrate erano tanto opachi da riflettere la luce sull’erba secca delle aiuole, pur di non farla filtrare all’interno. Non ebbi il coraggio di violare le sue viscere fintanto che la sua carne non fosse stata risanata.Non mi rivolsi a ditte specializzate. Decisi di far tutto da solo. Quella sarebbe stata casa mia, e perché lo fosse avevo bisogno che nessun altro la toccasse. Mi rimboccai le maniche.Iniziai la mia rivoluzione raccogliendo le foglie secche da terra. Liberare i ciottoli del sentiero fu come togliere il telo da una salma all’obitorio. Sostituii le parti lese dei pluviali e delle grondaie. Alle prime piogge, l’acqua che correva in quei tubi verticali era nuovo sangue che tornava a circolare nelle vene. Sistemate le appendici, mi dedicai alla ritinteggiatura. Mi sentii Dio vedendola così viva di nuovo colore. La Casa, e dietro di lei il cielo.Passai alle vetrate. Non so perché le lasciai per ultime. Mentre le lucidavo, e lentamente riuscivo a vedere gli interni, le immaginai come occhi spenti. A ogni passaggio della mia mano su di esse avevo la sensazione che mi concedessero di guardare dentro la loro anima. Quando anche l’ultimo tassello smise di riflettere la luce mi allontanai e rimirai ancora una volta il mio lavoro e la sua accettazione.Estrassi la chiave dalla tasca, la guardai a lungo prima di inserirla nella toppa. Era bellissima. Antica. Schiava di un tempo che aveva smesso di appartenerle. I meccanismi della serratura opposero resistenza: la facciata risanata mi aveva fatto dimenticare la malattia interna. Ruotai la chiave cercando di non espandere la ferita, la mossi con accortezza: un chirurgo che impugna un bisturi al buio e cerca di non intaccare gli organi sani. Clack. Si aprì.La porta, schiudendosi, esalò un alito di vento. Fu il suo primo respiro dopo tanto tempo. Un respiro di esistenza rinnovata.Calpestando il parquet dell’atrio penetrai in un corpo vivo. Sotto i miei piedi, lo scricchiolare delle assi gridava la colpa di aver violato un luogo sacro. Feci un passo indietro, ritornai sull’ardesia gelida del gradino d’ingresso. Mappai con lo sguardo le zone più danneggiate del pavimento, poi rientrai con una nuova coscienza. Ogni passo era una preghiera di silenzio.Il legno consunto era il polmone di un vecchio fumatore, sospiri e rantoli gli echi dei miei passi, sbiaditi sopra gli strati di polvere che disegnavano una seconda pavimentazione sopra quella originale. Navigai il pianterreno come una spia, tentando di non farmi notare da tutti quei nessuno che la Casa l’avevano già abitata. Attorno a me, solo macerie di vite altrui. Legno logoro, piastrelle spaccate, candelabri a terra e segni di cera consumata. I resti di credenze antiche e blocchi di marmo scheggiati parevano ossa riesumate.La Casa aveva una storia che io stavo per cancellare, e riscrivere.Indossai i guanti: non potevo permettere che le schegge del legno in necrosi mi contagiassero. Portai fuori tutte le carcasse del mobilio in malora e diedi loro fuoco. A ogni elemento che la abbandonava, la Casa rispondeva amplificando i suoi echi. A ogni elemento che si spegneva in cenere, io la rispettavo sempre meno. In breve tempo dimenticai come si evitava il rumore.Ripulii il pianterreno dalle vecchie scorie. Conficcai una bandiera invisibile nel salone. Stavo reclamandone la proprietà.Spazzai via la polvere, estirpai le ragnatele e i nidi degli insetti calcificati agli angoli. Diedi una nuova apparenza all’ambiente. Spalancai le finestre, lasciando che la luce toccasse le pareti di quel corpo ormai svuotato dei suoi nutrienti. Poi salii le scale. Ogni gradino emetteva un suono diverso. Ogni asse aveva un differente livello di usura, come se i precedenti abitanti le percorressero a passi irregolari, scivolando da un gradino all’altro aritmicamente.Giunto al piano superiore rimasi interdetto. Mi ero tanto concentrato sulla pulizia del piano terra da dimenticarmi delle condizioni iniziali della Casa. Rivedere per la seconda volta quell’ambiente cupo e stantio mi gettò nello sconforto.La Casa non voleva lasciarmi prevaricare. Mi stava sfidando.L’uomo contro la storia.I lavori mi chiesero più sforzi del previsto. Non sapevo se fosse per la mia stanchezza o per la sensazione di dover cominciare da capo quel calvario. Le polveri sembravano fuse al pavimento, il legno era pesante, saturo dell’umidità di una perdita idraulica. I muri del bagno erano coperti di muffa e funghi: la natura era passata prima di me. La Casa soffriva di una patologia che non potevo vedere. L’unica soluzione era scavare più a fondo nel suo organismo.Impugnai la mazzetta. Colpii ripetutamente la parete su cui poggiavano i resti della vasca. Mentre distruggevo le piastrelle, e queste emettevano il loro suono acuto, l’intonaco si sfaldava fondendo alle note precedenti quelle di ossa spezzate.Quando la pavimentazione fu completamente subissata dai detriti, il muro mise a nudo le tubature arrugginite e le guarnizioni marce delle giunture. Guardandole, vidi il tempo in cui iniziarono a perdere liquido e intossicare la Casa.Affondai le braccia nelle crepe che io stesso avevo generato, mi avvinghiai ai tubi e iniziai a tirarli con veemenza verso di me. Nella foga caddi all’indietro, trascinandoli sul mio corpo in un turbinio di ferraglia. Nel passare dei giorni li sostituii con arterie nuove.In qualche settimana, la Casa era finalmente diventata una casa.Restava solo da imbiancare. Rimossi la carta da parati, staccai le ultime croste cicatrizzate dalla pelle rinsecchita. Passai il rullo più volte: stavo imponendo alle pareti una maschera di bianco, senza però poterne cambiare veramente il volto.Mentre tingevo il soffitto del piano superiore sentii inciampare il rullo in una fessura sopra la mia testa. Mi fermai. Era una botola, mimetizzata sotto lo stesso colore delle pareti. Trasalii: lei aveva ancora segreti.Lasciai da parte gli attrezzi e portai sul posto una scala. Mi arrampicai sui suoi gradini fino a giungere a portata di quella lastra di legno semovibile. Spostandola, dipinsi i miei palmi di bianco: un’impronta candida che mi aprì la via per la soffitta.Sbucai in un ambiente calmo, quasi accogliente. I mobili, pur coperti di polvere, erano integri e al loro posto. Fui pervaso da una strana felicità. Un senso di gratitudine divina. Mi issai al piano lasciando le gambe a penzoloni. La stanza era inondata di luce. Una piccola finestra alloggiata in un abbaino, invisibile dall’esterno, permetteva al sole di colorare l’aria di sfumature sovrannaturali.Proiettai il mio sguardo su ogni oggetto. Un brivido mi scosse: per un singolo istante, sul letto perfettamente rifatto, scorsi la sagoma di una ragazza dai capelli scuri. Era un’allucinazione del cervello della Casa. Feci respirare anche lui, arieggiando.Appena aprii la finestra un vento caldo irruppe. Sembrava disegnasse terminazioni nervose, fendendo l’aria. Corse verso il letto, che iniziò ad agitarsi nervosamente. Il lenzuolo prese volume, si gonfiò di una vita invisibile e iniziò a fluttuare di fronte a me.Solo allora ricordai di aver paura dei fantasmi.Corsi e raggiunsi la botola prima che il velo potesse assumere sembianze più terrificanti. Saltai nel vuoto. L’impatto con il pavimento fu traumatico. La caviglia si piegò, slogandosi.Arrancai. Il terrore mi stava attanagliando.Non trovavo più le scale. La polvere, che prima attutiva i miei passi, era diventata carne viva: i miei piedi sprofondavano nei succhi gastrici. I corridoi partorivano stanze sconosciute. Ogni svolta, un muro bianco.La Casa stava cambiando fisionomia. Mi voleva intrappolare.Mi fermai. Non poteva essere vero. Doveva essere la micosi dei muri, le spore dei funghi che mi avevano infettato i polmoni. Allucinazioni. Solo maledette allucinazioni. Scossi la testa, tastai la caviglia gonfia e violacea. Alle mie spalle, il lenzuolo continuava a levitare. All’altro capo del corridoio, finalmente, la scala.Tentai di correre, ma dalla parete, fattasi viscosa, emersero decine di braccia. Mi trattenevano, incapaci di staccarsi dal muro: un involucro troppo resistente per sfaldarsi, ma abbastanza duttile da mutare. Le afferrai una dopo l’altra. Le torsi con violenza. Ogni arto spezzato si riduceva in brandelli di calce e cemento. Toccava terra e si spargeva come liquido colloso. Mi liberai.Il lenzuolo mi era ormai accanto. Vedendolo da vicino, rabbrividii.Dei tagli sulla sua superficie disegnavano occhi e bocca. La pendenza delle linee che colavano lungo i suoi drappeggi annunciava orrore e violenza. Guardai verso la scala: scomparsa. Un altro dannato muro si era eretto tra me e la mia salvezza. Mi ci lanciai contro facendo leva sul piede sano. La mia spalla sfondò la superficie. Ero dall’altro lato. Nella voragine del cartongesso, il fantasma non smetteva di avanzare.Rialzandomi, la caviglia urlò. Il dolore era il segnale: l’adrenalina stava svanendo. Ma la paura? Perché non la provavo più?Scesi le scale aggrappato al corrimano, un vecchio amico che mi doveva un favore. Persi il senso del tempo, i passi erano eterni.Giunto all’ultimo gradino abbandonai la presa, convinto di reggermi, caddi.Rimasi sdraiato su un fianco. Dalla cima delle scale, l’angoscia mi osservava, mutando in curiosità. Quella nuova angolazione, quel punto di vista forzato, cambiò ogni cosa.Il lenzuolo mi fissava. Osservai di nuovo i suoi tagli. Non erano minacce. Li avevo guardati dalla parte sbagliata. Erano occhi tristi.Il fantasma non era lì per scacciarmi. Era lì per ascoltarmi. Per sentire, dopo un’eternità, una voce umana.Lasciai che mi raggiungesse con la sua grazia vulnerabile. Quando fu a pochi passi, mi alzai. Accorciai le distanze tra i nostri corpi con un movimento lento, quasi una carezza.Il vento stava suonando una musica ancestrale. Colsi i lembi di seta del lenzuolo e li unii in un unico, folto drappeggio. Danzai con il fantasma per tutto il pomeriggio. Gli sussurrai che non volevo rubare la sua dimora, che la mia fuga era solo terrore. Gli dissi che ballava bene, che era un peccato non avere più un corpo per muoversi. Gli chiesi di perdonarmi.Il vento cessò. Sentii il telo perdere vigore, il corpo rinsecchire mentre le bave d’aria abbandonavano le sue interiora.Appena mi accorsi del suo deperimento, lo raccolsi tra le braccia. Non avrei permesso che cadesse a terra. Solo allora la caviglia tornò a pulsare. Fui io a cadere in ginocchio.Mi ritrovai solo, nella Casa, con le spoglie di lenzuolo tra le mani. Provai pietà per lui; la provai per me.Con un gesto netto lo srotolai nell’aria, lasciando che si afflosciasse sulla mia testa per avvolgermi. Sotto quella seta traslucida, il sole disegnava i miei lineamenti filtrando tra le pieghe incorporee.Mi abbracciai con le braccia del fantasma.Mi baciai con le labbra del fantasma.Mi addormentai nel suo ventre, sommerso nel bianco.

Mio figlio è morto il 5 gennaio 2025. Anno fortunato, dicevano. Anno del serpente.L’amico si è fatto disegnare un cobra per coprire la stella di Davide, ingiuria di questi mesi.
Una stella. Non sono fatte così le stelle, tanto.È nato ed è morto. Rosso, bruciato, come se io fossi stata incandescente. Quasi troppo accogliente.
Lo ho passato nelle mani di una donna che era apparsa solo allora, testimone della nascita.
Non aveva saputo niente di quello che era successo prima, di quello che c’eravamo detti.Sei esistito solo morendo, per lei.
Non ho la forza di raccontare che sia la vita, che può essere soprattutto invisibile, nella maggior parte dei casi.
Ti ha comunque avvolto in un panno, anche se non avevi bisogno di niente.La tua pelle si spellava. No, non ti mette il cappellino. Si riserva questa beffa, per compierne qualcun’altra.
Non diventerai uomo, sei stato umano. Ti sono diventato.È sottile il sudore che è su tutta la mia area, un vetro appannato e i miei capelli, di tanto in tanto, mi fanno il piacere di coprirmi la vista, tenermi caldo, bagnati.Cosa vorrebbero da me. Cosa vorrebbero da te.
Che vivessi, per non essere il fallimento di questo ospedale, di questa ostetrica quasi anziana.
Ma non siamo fatti per loro, non ci raggiungono.Nel bosco siamo due falene, ci allontaniamo.
Mi dicono dove ti portano, ma non c’è bisogno, non hai mai avuto un indirizzo.
Un ultimo sguardo, se voglio. Non c’è bisogno, sono io.Mi asciugano, che gentili, con gli asciugamani, e mi ricuciono.
Ti fanno male? Cosa può farmi male, ora che sono un gigante, due persone.
Non ti preoccupare, sarai madre un’altra volta.Mi sorridono, anch’io sorrido, credono tu non esista.

Disadorno disadatto
Sfibrato.
Bulimico di impulsi.
Senso di impotenza
E nervi in tensione.Mi guardo, oltrepasso, trattengo
Bisogni a fatica.
Quel poco è necessario
E tanto basta.
È stabilito così.Terragno, viscerale, scivoloso.
Osando
Si spreca
Quel quid di cui necessito
Per bastarmi così.Bastardo astratto astruso
Dischiuso come labbra
In attesa
Che entri di sorpresa
Qualcosa che mi sporchi.Non cercare di entrare dentro le parole
Cerca piuttosto di uscirne.
Illeso quanto basta
Illuso finché serve
Deciso come mai.Armato in attesa nello stallo
Tra il farcela aspettando
E il perdere facendo
E un ‘posso’ trasmigra
Dentro un altro avrei potuto.

Dentro strati di cellulosa ti ho trovata
mangiavi carta per non urlare
te ne nutrivi come un animale
di tutte le parole che non dici
che dicono di significare ma sai
che significano niente
la vecchia convenzione
ti affascina di loro
quel credere al credere
che ammorbidisce, intorpidisce
da cui ti fai rapire per stanchezza
ma sai bene
che in ognuno di quei suoni
il senso è figura
sono solo suono incosciente
che ulula al buio
che a qualsiasi gradazione di emissione
sarà aria
così respirabile ancora
che tu possa coglierla sino all’ultimo
d’altra parte non sappiamo
se esiste un’altra parte
è perciò tale il rivolgersi all’effimero
da volerlo immobilizzare
ma mentre mangi la carta
ti sale addosso l’impossibile del mondo
che fai coperta
da cui sai scaldarti
e in questo momento riveli
la più piccola forma dell’essere
nell’essere grande la sua essenza
unirsi, afferrarsi, raggiungersi
in realtà, amarsi.

Traslo immagini dal mio corpo al tuosebbene le filamenta madri non si scorgano
rabbia e colpa bruceranno sempre la veste.in quella stanza ti ho auscultato
nei tuoi occhi non rilevo acqua
attentivo in ogni tuo passo
sei lucidità che disarmal’inferriata si fa insidiosa,
senza appiglio
le braccia frantumanopunto i piedi sulla strada
in quattro frecce immagino
la disposizione della tua camera
mobili Ikea impronunciabili in serie
non hai mai dormito sulla rete di un letto(ti scambieranno per Luna,
la gatta che bazzica in giardino)Con minuzia ci misurano corpi, umori,
il tempo di sistemarti un ingranaggio.Il vostro esercizio diuturno
va bene non va bene,
è legge.Ora reclami la pastiglia
butta giù d’un fiato la rabbia
mi dici vai! notte! cosa vuoi ancora?
le tue parole le piango a casasignora, gli orari di visita sono
dal lunedì al venerdì
dalle sette alle sette e dieci
giorni festivi esclusi.

Quando arriva il mio turno, entro nella stanza quasi in punta di piedi, come un imputato che deve presentarsi davanti al giudice la cui sentenza può cambiare radicalmente tutta la sua vita.Mi stringo la cartellina al petto e trovo conforto nel pensiero dei documenti che ho portato con me, meno di quelli richiesti, ma spero che siano comunque sufficienti per perorare la mia causa. Non importa quanti esami io abbia fatto, tutti quei referti sono inutili se il risultato che attestano è negativo. Quindi tutto ciò che ho con me sono le diagnosi del reumatologo privato prima e dell’ospedale dopo, le terapie che ho provato senza risultato, la relazione del mio medico di base.Spero che basti.
Deve bastare.Non ci credo fino in fondo e quasi mi aspetto già un verdetto negativo, ma ho bisogno di ripetermi quelle due parole in mente, sillaba dopo sillaba, mentre alle orecchie mi ritorna ogni etichetta con cui i medici mi hanno liquidata in dieci anni: depressa, ipocondriaca, troppo sensibile, fantasiosa, alla ricerca di attenzione.Non è vero.
Io non sono così.
Non è nella mia testa.Raggiungo piano la sedia solitaria in mezzo alla stanza che è stata appena lasciata libera dal candidato prima di me. Mentre mi passava accanto, ho notato che la manica destra della sua camicia pendeva floscia, come un serpente senza vita.I membri della commissione, cinque in tutto, sono disposti a ferro di cavallo intorno alla sedia destinata a me. Nessuno di loro mi sprona a sbrigarmi, e questo mi consola.Forse capiscono.
Forse loro saranno ben disposti e mi ascolteranno, mi crederanno.Mi sembra troppo bello per illudermi. Ma, forse, capiranno almeno che non sto rallentando i miei movimenti apposta: fa male, fa male davvero. Nei pochi passi che dalla soglia mi conducono fino alla sedia è come se avessi camminato su un pavimento di vetro a piedi nudi.Finalmente mi siedo, ma la sedia di plastica blu è così scomoda che invece di darmi sollievo mi acutizza di più il dolore alla schiena.Vorrei rimettermi in piedi.– Buongiorno. – saluto, pur di dire qualcosa.Non so come comportarmi, e mi inumidisco le labbra per tenere a freno la tensione. Mi aspetto che mi facciano domande, che indaghino fino a farmi cadere in contraddizione, che mi chiedano di mostrare degli esami al sangue che non parleranno a mio favore.Non voglio sbagliare.
Non posso permettermelo. È la mia unica occasione di esistere sul serio fuori dagli ambulatori di reumatologia.
Non devo sbagliare.Tremo, mentre l’ansia cresce, e un brivido di dolore mi risale dai talloni fino al cervello, come una scarica elettrica.Serro le labbra, il lamento mi sfugge comunque.– Buongiorno. – mi risponde una donna alla mia destra. Ha un sorriso affabile con qualcosa di materno. Quando mi chiede conferma del mio nome, lo fa senza controllare prima sui suoi appunti.– Ho portato dei documenti… – inizio a dire, ma una voce maschile, dall’altro lato, mi interrompe subito: – Non servono.Mi blocco immediatamente.Ho già sbagliato?Il tono non era severo però, solo molto annoiato, come di chi ripete sempre il medesimo copione e ormai è stanco di portarlo in scena. Quando mi volto verso di lui, vedo un uomo calvo che si sta grattando la testa.– Ah.Non so come altro commentare, quelle parole mi prendono del tutto in contropiede.
Mi mordo un labbro.Perché?Non ha alcun senso che non vogliano controllare i referti medici, non sono la cosa più importante? Però forse è anche una cosa buona per me, almeno in questo caso.Oltre alla diagnosi di fibromialgia, non ho molto altro da mostrare.– Titolo di studio? – è la prima domanda che mi viene posta, da un uomo che siede esattamente di fronte a me. Ha grossi occhiali dalla montatura a giorno che lo fanno somigliare a un professore, e ha la mano destra ferma sul mouse, sul quale ha appena finito di cliccare un paio di volte.– Frequento l’università. – rispondo.Un nuovo clic dal mouse.Mi muovo a disagio sulla sedia che si fa ogni secondo più scomoda, mi sembra che lo schienale si stia incidendo a fuoco poco al di sotto delle mie spalle.Voglio alzarmi.
Posso farlo?
Andrebbe bene se chiedessi di poter stare in piedi?Non dico nulla comunque.– Facoltà?– Filosofia. Prima… – mi blocco.La risposta è difficile, troppo.Come faccio a spiegare che ho dovuto cambiare facoltà senza farlo sembrare un capriccio mascherato da necessità? Come faccio a far capire che avevo dovuto rinunciare non perché la mia media era bassa ma perché non ero in grado di garantire la frequenza obbligatoria prevista? Come faccio a far capire la disperazione che quasi mi aveva mangiata viva quando avevo finalmente capito che “frequenza obbligatoria” e “fibromialgia” non sono due cose che possono andare d’accordo facilmente?– Prima frequentavo…Non faccio in tempo a finire la frase.– Lavora?Rimango spiazzata per un attimo, poi scuoto la testa, piano, per paura che le vertigini possano afferrarmi da un momento dall’altro.– No. Ma… riguardo l’università…– Guida?Ah, quindi è così che funziona.Se viene fatta la domanda successiva, quella precedente è chiusa per sempre.Devo essere più veloce, allora.Ma mi fa male la testa, le frasi si confondono, e la mia bocca è impastata tra ansia e fibrofog che combattono per confondermi il cervello.No.
Non posso permettermi di sbagliare.– Ho la patente ma no non posso guidare. – rispondo tutto d’un fiato, non prendo nemmeno il respiro tra una parola e l’altra. Devo parlare il più velocemente possibile, prima che mi interrompano per passare al prossimo argomento, perché per me invece questo punto è molto importante, forse uno degli aspetti più invalidanti della malattia che ho. Lo devono capire.– A volte mi fanno male le gambe o le braccia e mi si bloccano anche per un’ora e se mi dovesse accadere mentre guido…– Esce spesso?È così improvviso che non posso impedirmi di mormorare un:– Cosa?Ma non ho nemmeno il tempo di realizzare con quanta brutalità si sia già passati alla domanda seguente, non ho il tempo di rispondere, perché già mi stanno chiedendo altro, e non sapranno mai se esco spesso oppure no.– Difficoltà nell’utilizzo del computer?E si va avanti così, per un tempo che non riesco nemmeno a quantificare, ancora e ancora. Le domande si susseguono senza posa, dandomi a malapena il tempo di rispondere a monosillabi, come un fiume in piena che mi travolge inesorabile.Così non va bene.
Non va bene.Non possono capire se continuo così.Vorrei poter articolare meglio, spiegare che sì, posso camminare ma no, non posso farlo a lungo e soprattutto non posso farlo sempre, che sì sono autosufficiente ma alcune volte il dolore ai muscoli delle spalle e delle braccia è talmente forte da non permettermi nemmeno di prendere una penna in mano e scrivere; vorrei dare un minimo di contesto a quei “sì” e “no” secchi che sono costretta a dire, ma ogni volta che ci provo, la mia risposta viene troncata a metà.Ma certo.
Certo che accade.Di che mi stupisco?Non mi hanno dato ascolto i medici che sono pagati per curare i loro pazienti, non era possibile che cercassero di capire loro che invece sono pagati proprio per non credere a chi sta loro di fronte.E però ogni volta che mormoro una risposta, non posso fare a meno di cercare con lo sguardo una qualche forma di approvazione da parte della commissione, di cercare di scorgere in una piega delle labbra qualcosa che mi indichi che riconosceranno la mia malattia come invalidante.Mi credete, vero?Glielo chiedo con lo sguardo, ma non mi rispondono.
Non mi guardano.Oppure sì?E allora rispondo, dico quei “sì” e “no” striminziti che invece vogliono dire tutto, e ogni volta mi sembra di dare le risposte sbagliate, ma non lo so dove sbaglio. Ho paura. E sento che la mia sincerità disperata male si sposa con lo stereotipo dell’invalido che loro hanno ben chiaro in mente, che ad ogni mia affermazione loro si aspettino invece una negazione e viceversa.Poi ci arrivo.Ecco dove sbaglio.Ho ventitré anni.Sono una ragazza troppo giovane per stare così male.Non mi crederanno mai.No, mi guarderanno anche loro come tutti gli altri, anzi pure peggio: non sarò ipocondriaca qui dentro, non lo sarò quando uscirò da questa stanza, no, sarò solo un’impostora, una giovane truffatrice in erba che cerca di accaparrarsi un’invalidità a cui non ha nessun diritto.Che cosa devo fare?– Va bene così. – dichiara a un tratto la donna col sorriso materno, e la sfilza di domande si interrompe di botto.No, non va bene per niente!Come può andar bene così?Non mi è stato chiesto niente su come mi sento, non hanno nemmeno nominato la parola “fibromialgia”.– Ma… – provo a dire. Rinuncio quasi subito. E se insistere fosse sbagliato?– Tra circa quindici giorni riceverà la comunicazione con l’esito. – aggiunge sempre la stessa donna. – Buona giornata.Gli altri non mi dicono niente, smettono pure di guardarmi, già in attesa che arrivi il prossimo candidato all’invalidità civile.– G-grazie. – balbetto, più per buona educazione che per altro.Mi rimetto finalmente in piedi, ma sono a pezzi. Se potesse parlare, la mia schiena sospirerebbe di sollievo, anche se le mie gambe implorerebbero di risedersi il prima possibile.Esco dalla stanza e vengo quasi immediatamente sostituita da un ragazzo in sedia a rotelle. Mi sento come se mi fossi appena alzata da un colloquio di lavoro, dove avevano più importanza le certificazioni di lingua straniera che le relazioni del medico.Forse sono stata davanti alla commissione sbagliata?I quindici giorni trascorrono così lenti e monotoni che quasi mi dimentico di star aspettando quella raccomandata. Il pensiero viene sepolto sotto i libri per l’esame di sociologia dei fenomeni politici, sei CFU che so già che non riuscirò mai a preparare per l’inizio della sessione.Così, quando finalmente il postino suona al mio citofono e mi chiede di scendere per firmare, fatico qualche istante a capire a che cosa si riferisca.Raccomandata?Quale raccomandata?Poi un flash: il colloquio, la commissione, tutto ritorna troppo in fretta e troppo vivido.Imbocco la rampa di scale del pianerottolo col cuore in gola. Vorrei volare giù, ma appena poggio il piede destro, un dolore acuto mi attraversa il polpaccio e devo afferrare il passamano per non rotolare giù come una palla da rugby.Respira.La busta non scappa via.Scendo piano.Fuori dal cancello, il postino mi sta aspettando con una mano appoggiata al muretto, forse annoiato, forse no. La tettoia lo protegge a malapena dal sole. Aspetta che lo raggiunga e mi porge in malo modo tre buste tutte uguali con l’inconfondibile logo azzurro in alto a sinistra e un piccolo palmare per la firma elettronica.– Firma qui.Prendo il pennino, ma sono così in ansia che la mia firma è irriconoscibile perfino ai miei occhi.– Grazie. – dico, restituendogli il pennino e prendendo le buste. Adesso che le ho in mano, mi sembrano molto più pesanti di quanto non immaginassi.Le apro?
Non le apro?Ho paura e mi batte forte il cuore: là dentro sono contenuti i fogli che potrebbero cambiare la mia vita.No, non in quel senso.Lo so anch’io che non avrò vere agevolazioni in nessun caso, e nemmeno le voglio: lo so perfettamente che dovrebbe essermi riconosciuta l’invalidità oltre il cinquanta per cento perché si abbiano vere agevolazioni e so già che è uno scenario impossibile, e non mi interessa.Non è ciò che voglio.Ma se mi hanno riconosciuta?Se mi hanno detto di sì, sei invalida civile?Avrò quel riconoscimento.Sarà piccolo, minimo, forse anche inutile, ma vero.Avrò un documento che attesta che quello che provo è reale anche se non visibile, per poter dire quando parlo con qualcuno: esisto, è vero. Non me lo sto inventando. Sto male. Ed è scritto qui, nero su bianco, non sto mentendo.Ho paura.Ma devo sapere.E devo sapere subito.Non aspetto nemmeno di tornare a casa per aprire la prima busta ed estrarre il fascicolo di fogli che contiene. Non mi serve sfogliarli tutti per leggere ciò che cerco, e quando lo trovo mi sento un peso sullo stomaco che mi trascina giù.Richiesta rifiutata.
Esito negativo.

Andava ogni giorno al bar da Mario. Arrivava all’una, ordinava una cioccolata amara in tazza piccola, poi piano piano si trascinava al suo posto, quasi strisciando, all’angolo sinistro, addossato al muro su cui fissava il viso, rannicchiandosi, scansando lo sguardo altrui.
Non lo sopportava. Ma gli altri non lo guardavano affatto. Attaccato al muro, quasi un arazzo o un quadro, solo qualcuno, di rado, ha mai fatto caso a lui. Tutti gli altri lo ignoravano, tutt’al più davano un occhio distratto, poi tornavano ai loro affari. Così, quando sparì, solo il barista lo notò:
«Strano: oggi manca», rimuginò fissando il posto vuoto, ma subito fu distratto dalla chiamata a un tavolo:
«Allora, il conto?»
«Arrivo, arrivo, un attimo.»
Dopo un paio di giorni, un tizio, incuriosito, domandò di lui:
«Mario, ma il tipo vicino al muro non si fa più vivo?»
Solo allora il barista lo ricordò:
«No, non l’ho più visto. L’ho proprio rimosso. Lo conosci?»
«No, no. Domandavo soltanto. Un tipo molto strano.»
«Già. Ogni tanto mi impauriva. Parlava da solo, non ci capivo nulla, farfugliava.»
«Anch’io lo trovavo alquanto pauroso. Ma ormai non dobbiamo più darci importanza, no?»
Il sì di Mario non fu molto convinto. La scomparsa iniziò a turbarlo quanto la visita quotidiana, troncata così all’improvviso.
«Sai, non ci ho fatto caso ’sti giorni, ma ora, nominandolo, non lo so… mi domando… sarà morto?», ipotizzò, portandosi un sigaro alla bocca, aspirando in profondità. Non appariva poi tanto anziano, ma chissà, chi può dirlo.
Capita di tutto: un ictus, un infarto. Via, dritto in Paradiso.
Si scrollò di dosso i dubbi tornando a casa sotto una pioggia improvvisa, ma fu una nottata agitata: sogni privi di logica, sonno a singhiozzo, dolori in tutto il corpo.
L’indomani mattina aprì il bar in anticipo. Passò di lì la raccolta rifiuti, in cui lavorava un suo amico di infanzia. Lo salutò, ma Mario non si girò, stava dritto impalato alzando pian piano la grata arrugginita. Spalancata la porta, andò subito ai macchinari, sudando, ansimando, col volto livido. Si calmò solo quando colò in una tazza piccola una cioccolata amara. Si accomodò allora in un angolo, con la faccia rivolta al muro.
All’alba il bar cominciò ad affollarsi.
«Buongiorno, Mario? Mario? Qualcuno al banco?», domandò il primo, non notando la figura addossata al muro. Bussò sul tavolo, ma non vi fu alcuna risposta.
«Mario? Mario sono Luigi, ’ndo cazzo stai?», gridò voltando lo sguardo in ogni lato. Solo allora notò l’uomo con la cioccolata.
Gli si avvicinò con un po’ di paura, lo toccò con la mano sulla spalla:
«Mi… mi scusi, ha visto Mario?»
L’uomo si voltò: occhi grigi, naso adunco, labbra sottili.
Abbozzò un sorriso.
«No, non l’ho visto.»
*lipogramma in “e”
Antonio Cretella
Insegna Lettere al liceo.
Poeta e scrittore, ha pubblicato Protoparole, Le Metamorfosi e Lipodrammi.

Morning is due to all -
To some - the Night -
To an imperial few -
The Auroral Light.
Emily Dickinson
Li tiene buoni per una decina di minuti. Il tempo di assegnare le pagine di geografia che andranno svolte subito in classe, in silenzio se possibile, mentre lei si concede di parlarmi.Perché ha il cuore a pezzi e non sa proprio dove metterci sopra le mani, quindi stamattina appena sono entrata a scuola l’ho vista da lontano che mi aspettava davanti alla sua classe e stava piangendo senza rimedio, come a dire: che cosa ci faccio adesso con questi pezzi? Se ci volessero settantacinque giorni a dimenticarlo, io li dormirei tutti e mi sveglierei rigenerata. E invece non sa come fare, e quando rientra dal campetto lo deve sapere, ché la classe non conosce ignoranza e lei deve assegnare le pagine. Così li tiene buoni per una decina di minuti.Poi commette un errore clamoroso: contatto visivo. Basta che ne guardi uno e ti si alzano tutti, uno dopo l’altro tutti ti vengono a chiedere, maestra, di aiutarli – come faccio con questi pezzi?Così pazientemente prende il libro di uno sulle ginocchia – lo fa con una specie di padronanza, forse un’intimità che io le invidio profondamente, quel libro è cosa sua – e mentre con le sue mani bianche di maestra giovane indica la Pangea e disegna cerchi invisibili col dito sulla Pantalassa, lei alza gli occhi al ragazzo e aspetta la risposta. Alla fine lo imbocca addirittura con la prima parola e così finalmente quello si batte la fronte con la mano e quasi lo urla facendomi saltare sulla sedia: è la deriva dei continenti.La deriva dei continenti: la bellezza della locuzione è sconcertante. A me sembra perfetta così com’è, persino senza una storia dietro al suo dato di fatto: dev’essere quella che mi fa saltare sulla sedia, mi dico, la bellezza. Eppure, subito sento come una corrente di senso che mi si arrampica su per la schiena, che mi costringe a stare dritta e a riprendermi negli occhi la mia maestra: la guardo e penso che soltanto ieri mattina noi due eravamo insieme a fare il pane – che vuol dire che eravamo al Campidoglio per vedere l’alba.Per cercare di prenderci una bellezza più grande di qualunque delusione, di qualunque locuzione ingoiata a forza e amaramente mandata giù: dopotutto pare che a chiunque sia dovuto il mattino, ad alcuni la notte e che soltanto a pochi eletti spetti la luce dell’aurora. A pochi eletti imperiali, questa è la parola esatta della poesia, quindi eccoci, siamo venute a scoprire che il sole si affaccia proprio dietro alla cupola di San Giuseppe dei falegnami sul foro – imperiale.E capisco solo adesso, guardandola in classe, che quello che abbiamo fatto tutto il tempo ieri, tutto il tempo senza saperlo, è stato assistere insieme – a un’ora e in un luogo decisamente imperiali – assistere, dico, alla deriva: pezzi di terra, tessere di porfido e granito, avanzi di marmo e di travertino che si dividono, che si allontanano l’uno dall’altro e non c’è modo di fermarli, non c’è modo di tenerli insieme.Questa è la deriva dei continenti, signori: potete vederla agiatamente apparecchiata da in cima al Campidoglio mentre vi scivola via per le mani tra una colonna e un frontone nel foro, oppure la potete passeggiare per i corridoi dei Capitolini, una stanza dopo l’altra, un busto dietro a una caviglia dietro a un seno dietro a una clavicola.Ché per arginarla si tirano su musei, si sollevano gallerie, si erigono pinacoteche, si circoscrivono anfiteatri, ma non c’è verso, non c’è verso: i pezzi si dividono e si allontanano, semplicemente quelli non stanno insieme. Una gamba e il suo piede, una mano e il suo dito, un naso e la sua faccia, un Amore e la sua Psiche: alla fine pure quei due verranno spezzati da una leggera scrollatina della crosta, vedrete che anche quei due si divideranno e si allontaneranno e andranno a finire su due continenti separati dal mare: a un certo punto loro non si vedranno più.Noi due invece li abbiamo visti, oh se li abbiamo visti, e hanno ancora i fianchi così vicini che quasi si toccano, il ventre perfettamente allineato e così pure l’ombelico. Bisogna proprio guardarli senza pudore, svergognatamente bisogna fissarli da vicino affinché si imprima nella memoria quella loro prossimità così prossima alla deriva.E posso giurare che siamo state le uniche a vederli davvero ieri mattina, le uniche a presagire il leggero discostamento, a indovinare il millimetrico movimento che è già nato nelle dita di lui che cercano le labbra, nella testa di lei che è così perfettamente inclinata per prendersi tutto il bacio. Per perdersi tutto il bacio.E chiunque sia passato per la sala ci avrà viste svergognatamente guardare: così intente nello sguardo, così immobili li stiamo fissando che noi due non abbiamo più bisogno di parole per dircelo, noi due abbiamo capito che non c’è verso, non c’è verso, signori: noi due siamo finalmente diventate un’altra statua – e stare insieme dentro a questo silenzio che guarda è la nostra piccola segreta consolazione.Per questo torneremo ancora a fare il pane, su questo non c’è dubbio alcuno.Adesso è lunedì mattina, e la classe, che non ammette ignoranza, che esige una spiegazione onesta, la classe vuole avere la sua risposta alla domanda di geografia: uno per uno quelli si alzano tutti, e tutti te lo vengono a chiedere, maestra, di aiutarli – come faccio io con questi pezzi?E l’unica risposta vera che la maestra possa dar loro è anche la più bella da ascoltare – viene da piangere per quanto è bella. Così tutti noi in piedi ci battiamo la fronte con la mano mentre la ripetiamo in coro: è la deriva dei continenti.

Lontano
continui a conficcarmi gli occhi
ma
davanti a me
ti sgretoli.Crolla l’oro
scrostato
nel cratere del giorno,
mi nutro della sua polvere.Si fonde la rugiada
sul sangue del tappeto a fiori
e
in uno spasmo assiderato
solo
di noi
l’idea

Arrivo a Torino alle 19.30 e sarebbeBello trovarti lì. Giù dal treno, su dai binari.Come ci siamo salutati tre giorni fa - Ti ricordi? - tu che non hai nessun problema eDai, mi hai detto - che ci rivediamo tra pocoE ioFiglia di solitudini accumulate in altrui partenzeGiuro che è straziante, anche solo un saluto, anche solo fare ciaociao con la mano e non dire niente. Anche seHai preparato un biglietto d’amore per me, ogni giorno che passa. Lo saiIo ho bisogno di presenza, non mi basta sapere che sei da qualche parte e che mi pensi.La materia non si misura in pensieri,Ma con le mani, con io che ti tocco le braccia, la schiena, ilNaso, e tu lì. A riempirmi l’aria di respiri.Ora non mi puoi convincere che è lo stessoPerché non mi freghi più con le tue storielle.Questa è la mia idea e se non cambia stare nello stesso luogo, se non cambia, per teResta.Stai quiTu con me. Che per me, cambia la forma dello spazio, la consistenza del tempo.Un treno dopo l’altro ti arriverò incontro e chissà forse un giornoVerrà il tempo in cui potremo stare lontani o vicini e sarà uguale amarci. Ora però, il mio cuore èZoppo e ho bisogno che ci sei. Segnatelo bene sai, 19.30, Torino. Trovarti giù dal treno, su dai binari, davvero lo vorrei.

«Signore, signore, ha perso quello».
Dario ha guardato il bambino seduto sul cavallo bianco, il suo dito indicava un talloncino verde sulla pedana della giostra in movimento.
«Grazie», ha risposto sforzandosi di sorridere. Lo ha raccolto, poi ha infilato rapido la mano in tasca, alla ricerca dell’unica cosa che gli importasse davvero custodire. Non c’era. Si è asciugato il sudore dalla fronte, domandandosi come avesse fatto a perdere tutto ciò che gli restasse di suo figlio.Era stata Elena a mettergli in testa quell’idea balorda di avere un figlio. Anzi, non è che gliel’avesse soltanto messa in testa, gliel’aveva proprio presentata a cose fatte.
Un pomeriggio di settembre era salita sulla piattaforma rotante.
«Signorina, che ci fa qui? Lo sa che l’accesso agli adulti è consentito solo se accompagnano un bambino?», aveva detto lui in tono giocoso.
«Io bambini non ne ho», aveva risposto lei alzando le spalle. Poi, aveva fatto una breve pausa e lo aveva guardato dritto negli occhi: «Ancora». Aveva sorriso in un modo così aperto che non le aveva mai visto prima.
Con un senso di vertigine del tutto nuovo, Dario aveva appoggiato le mani sul trenino rosso. Davanti al suo silenzio, lei aveva ritirato il sorriso. Erano rimasti a guardarsi, immersi tra luci e canzonette, finché la giostra aveva arrestato la sua corsa.
«Ne parliamo stasera con calma, adesso ho da fare», aveva detto Dario una volta recuperato l’equilibrio, e si era mosso per tornare alla cabina di controllo.Prima che potesse allontanarsi, Elena lo aveva trattenuto per un braccio e gli aveva messo in mano un foglio di carta ripiegato.«Se guardi bene, c’è una piccola ombra più scura, al centro: è il cuore che batte. È un rumore meraviglioso».
A quelle parole, Dario si era fermato.
«Io lo tengo comunque», aveva aggiunto lei scendendo dalla piattaforma, «Tu pensa a cosa vuoi fare».
L’aveva lasciata andare. C’erano i bambini che frignavano, i loro accompagnatori che lo fissavano con i biglietti pronti in mano. E poi, anche se l’avesse seguita, non avrebbe saputo cosa dire.Un giro dopo l’altro, non aveva fatto che ripensare alle parole di Elena. Pur amandola, non era stato semplice per lui, abituato fin da piccolo a scorgere sempre facce nuove, ritrovarsi ogni giorno con la stessa persona accanto, ma con il tempo aveva scoperto il piacere di prepararsi insieme per uscire di casa, al mattino; il rasserenarsi al solo sentirla dormire accanto a sé, nelle notti d’insonnia. Un figlio, però, era una responsabilità che non aveva mai desiderato. Eppure, quel pomeriggio, più volte aveva infilato la mano in tasca e aperto il biglietto, immaginando con forza quel rumore di cui lei gli aveva parlato, come se, a un tratto, qualcosa di nuovo si fosse insinuato tra sé e ciò che già conosceva.«Proviamo», aveva detto una volta tornato a casa, raggiungendola in salotto.
Sdraiata sul divano, Elena aveva smesso di leggere il libro che aveva tra le mani e voltato la testa verso di lui. Non era la risposta più convincente che potesse darle, ma era sempre meglio di niente.Nei giorni a venire, aveva guardato l’ecografia sempre più spesso. Si era domandato come sarebbe stato quel bambino, se avrebbe imparato anche lui a portare la giostra, se sarebbe stato orgoglioso di essere il figlio del padrone. Durante il lavoro, in mezzo al vociare di tutti i bambini, lo aveva immaginato cavalcare il cavallo nero – il suo preferito – con il cuore che gli batteva veloce. Una notte, prima che si addormentasse, lo aveva raccontato a Elena. A voce bassa, bassissima, ma sapeva che lei lo aveva sentito.L’aveva accompagnata allo studio ginecologico, pronto a non perdersi neppure un battito. Lui ed Elena erano rimasti in silenzio, in attesa, la speranza viva che si era spenta poco alla volta, fino a quando il medico aveva staccato la sonda dalla pancia smettendo di cercare qualcosa che se n’era già andato. Nessuno aveva osato parlare, finché il medico aveva ripreso in mano la situazione, e aveva detto che era una cosa normale, di non farsene troppo un cruccio, che succedeva più spesso di quanto potessero immaginare. Che la volta successiva sarebbe andata meglio. Da soli erano usciti, avevano preso un caffè in un bar poco distante, lui aveva pagato con gli spiccioli che aveva in tasca sentendo ancora la stampa di quel cuore che non aveva mai visto battere frusciargli tra le mani.Nei giorni successivi, erano andati in ospedale, all’appuntamento comunicato dal medico per espellere quei pochi millimetri senza vita.
«Vuoi un po’ d’acqua?», aveva chiesto lui, più volte, cercando maldestramente di avvicinarsi a lei, sempre più distante. Poi, le avevano infilato un camice bianco ed era entrata in sala operatoria senza neppure guardarlo, come se quel figlio fosse stato una cosa soltanto sua. Forse, fin dall’inizio così era stato. Dario, rimasto solo, aveva aperto il foglio della prima ecografia, cercando ancora quel suono, poi l’aveva ripiegato con cura. Fuori dalla finestra, l’asfalto era pieno di foglie cadute di cui non importava a nessuno.La giostra, intanto, era diventata una fatica: lui avrebbe davvero voluto continuare a far divertire quei bambini con le sue facce buffe, come faceva prima, ma la verità era che la sera non vedeva l’ora di spegnere le luci, trascinarsi al chiosco del parco e bere due o tre birre da solo, in mezzo alle famiglie felici che gli ronzavano intorno. Tornava a casa sempre più tardi, quando Elena era già a letto. Lei non chiedeva mai dove fosse stato. Non chiedeva nulla.Una sera lo aveva aspettato con le valigie strette nelle mani.
«Lo immagini ancora sulla giostra?», gli aveva domandato. Era la prima volta, dopo mesi, che ne parlavano.
«Ogni giorno», aveva risposto Dario, soltanto quando lei aveva già richiuso la porta alle sue spalle.Bere qualche birra nascosto dietro la consolle era diventato l’unico modo per sopportare tutti quei bambini che gli giravano intorno, il loro chiasso festoso, i pianti quando era ora di andare via. Beveva fino a sentire un leggero rollio della testa, poi, mentre la giostra era in movimento, fissava il cavallo nero tra le altre riproduzioni, accarezzava dolcemente la stampa nella tasca e cercava ancora quel suono. Finché un pomeriggio, mentre stava ritirando i tagliandi, quel caos di luci abbaglianti e musica e risate si era fatto troppo forte per continuare a immaginare. Allora, si era rincantucciato tra l’elicottero e il treno, con gli occhi chiusi e le mani alle orecchie.«State zitti, porca puttana, zitti», aveva urlato, ricacciando un conato di vomito in fondo allo stomaco.
Quando la giostra si era fermata, aveva riaperto gli occhi. Tremava nel tentativo di riprendere fiato. «Scusate, scusatemi tanto, non so cosa mi è preso», aveva continuato a ripetere.
I bambini, stretti agli adulti che li accompagnavano, lo avevano guardato come se non lo avessero mai visto prima.Poi, tutti erano scesi.Il bambino sul cavallo bianco aveva smesso di indicare la pedana da un po’, ora rideva soddisfatto guardando le luci accendersi e spegnersi. Muovendo le dita nella tasca fino alla fine della corsa, Dario ha pensato che non sarebbe stata una gran perdita chiudere prima. D’altra parte, sulla giostra non ci saliva quasi più nessuno, a parte qualche bambino di passaggio accompagnato da qualche nonno che non conosceva la storia del suo gestore. Ha fermato la pedana, lasciato che i pochi clienti uscissero, chiuso le porte di accesso.Ha cercato l’ecografia tra i cavalli, sui sedili delle auto, ai piedi del drago verde scolorito, e più cercava, più gli sembrava che quel battito del cuore, che a volte era stato così forte da confondersi con il suo, fosse così debole da andare scomparendo. Dopo essersi affannato senza sosta per un tempo che gli è parso infinito, si è appoggiato al camion colorato e ha fissato il cavallo nero: sul muso aveva una piccola sbeccatura che non aveva mai notato prima.Con un lieve tremore a invadere le mani, si è seduto alla consolle, ha cercato per terra una birra, ma le aveva finite. Ha spento tutte le luci. L’inverno, fuori, aveva già divorato gli ultimi raggi di sole del pomeriggio. Ha riacceso il motore della giostra, ma neppure quel suono, che un tempo era stato la sua unica casa, riusciva a calmarlo. E se non fosse più riuscito a stare seduto, in quel buio stretto alla pancia, a cosa avrebbe potuto chiedere aiuto, nelle sue tasche vuote?La giostra, intanto, continuava a girare.

La distanza è un fiume di vapore,
colata lenta che si attorciglia tra le dita
e poi si ritrae,
serpe cieca che non sa se mordersi o dissolversi.Il tè fuma nella porcellana incrinata,
odore di foglie arse,
acqua che ha smarrito la memoria della pioggia,
che evapora come un respiro rubato.Primavere scadute marciscono sui davanzali:
papaveri disfatti,
petali incollati ai vetri come ferite di carta,
rossi che scolano nel fiato grigio della polvere.Farfalle stordite, addormentate sotto un cielo inclinato,
volano al contrario,
ali che incidono la luce
fino a farla colare in rivoli neri.Il sole, sfinito, cambia pelle ogni ora,
striscia sui muri,
non ricorda se era oro o ruggine,
se era giorno o soltanto una febbre.Forse eri tu,
o il rumore storto di un passo caduto da un sogno
e rimasto a galleggiare,
cucito all’aria come un taglio d’ombra,
senza peso, senza luogo dove morire.

Non ero mai morta, prima.Il mio orologio dondola sonoro, e a volte sembra volersi riposare: mi lascia sospesa. Amo la sua ostinazione, non tollera abbandono.
Ecco la stanza in una penombra romantica.
Questa notte morirò.
L’orologio rompe appena un silenzio di respiro.La lama lucente traccia sul mio polso il contorno di una vena, una vena cangiante e mossa come un pesciolino che fugge spaventato. Il sangue cola ritmato sulle mattonelle bianche, gocce che cadono forti nel contrasto; il dolore avvolge furioso i miei nervi, il riflesso lucido delle mattonelle si tinge scuro nell’ormai buio. Volevo rompere un ordine obbligato, finto, e ne sono affascinata, un orrore che nella mia testa quieta ogni pena.
Nessun cattivo. Nessun fantasma. Nessuna paura.
Nello specchio davanti a me ci sono io, ossa prepotenti che assomigliano a intricati rami arrabbiati, e il sangue scappa gentile portandosi via un male che mi rovina, vattene, per favore, ora sono perfetta: vuota. Finalmente.
L’orologio rompe appena un silenzio di respiro.La luce si sveglia malinconica nella nebbia opaca, ho fasciato la ferita, ho tolto la fascia, l’ho fasciata ancora, grattavo la pelle livida per poi accarezzarla e poi, ancora, per sapere fino a dove potevo arrivare.
Non so quando, in quale momento di stupore o debolezza, i dubbi sono entrati nella stanza. Adesso mi rovistano la mente con dita spettrali.
«Noi siamo tenebre. Non abbiamo dita, ma quali dita spettrali.»
«Impiccione. Che non possa nemmeno scrivere quello che voglio!»
«Sei stata tu a chiamarci. Perché chiedi, se non vuoi risposte.»
«Ma io non vi voglio. Ho deciso, e non ho bisogno di voi.»
«Tu non decidi. Noi decidiamo. Sarebbe cortese se ti ricordassi almeno di chiudere la porta la prossima volta.»
«Della porta ne faccio quello che voglio, e nessuna prossima volta!»
Loro, sono sicura, ridono sottovoce. Sembrano divertite, risatine infantili.
«Noi possiamo fare tutto.»
«Non significa che siete le benvenute, ma entrate così dappertutto?»
«Nessuno ci cerca come te.»
Loro non rispondono mai alle domande, dicono solo qualcosa in più, qualcosa che mi ricorda di arrabbiarmi anche per quello. Hanno voci gentili e complottano per dissuadermi, ma il loro parlare mi disturba come il freddo quando è ancora presto. Loro affermano. E le affermazioni sono sentenze. Tremendo.
«Cosa volete da me? Non posso scegliere cosa volere? Voi amate la mia disperazione, e adesso siete qui a dire non si fa. Che ipocrisia.»
Loro sussurrano una all’altra, nervose. Qualcuna alza il tono, e vicine si agitano fino a offuscare tutta la stanza. No, non ho paura a provocarle, se sono qui è colpa loro.
«Arrogante. Il tuo male è il nostro sopravvivere. Ci nutri fino allo svenimento, tu sola basti per un mondo intero. Non significa che vorremmo portarti via.»
«Già, come fareste senza me?»
Volevo dirlo da sempre, e l’ho urlato. Il silenzio immediatamente pesante si diffonde come una punizione.
«Credi di esserci solo tu per noi.»
«Credo di essere la vostra preferita.»
Loro non rispondono, ma mi convinco di sentirle sbuffare, e poi sorridere, sempre in quel modo genuino, felice.
«Forse è vero. Ma non ne vale la pena se lo fai per avere la nostra attenzione. Smetteremo di crederti, e non torneremo più.»
«Voi mi consumate, e vi divertite.»
«Ti consumi da te, noi facciamo il nostro lavoro. In quell’oscuro in cui tanto ami soffermarti, finirai per caderci dentro.»
«E se sono qui, così, è già successo.»
«Come sei teatrale.»
«Ma questo è un dramma!»
Ancora il silenzio di punizione.
Trattengo con fatica lacrime impazienti di lavare via qualsiasi parola. Il pavimento ha riflessi vermiglio. Nello specchio le mie ossa brillano candide contro le cavità tetre dei miei occhi. Silenzio.
L’orologio si ferma.Sera, una campana invita triste a pregare, la luna attenta cambia tonalità alla stanza. Sorrido senza movimento. La pelle si lacera, la ferita sanguina felice, la notte bussa in un rumore di lutto. Tutto mi appare delicatamente rosso, e leggero, debole, libero da quel terribile fastidio. Il mio corpo è accartocciato rigido sulle mattonelle vermiglio, nello specchio un’addormentata fine.Questo addio non mi ha regalato pace.
Nessun cattivo, nessun fantasma, nessuna paura.
Ma anche qui è buio, e se ne sono andati tutti. Dov’è il mio ambito riposo? Sono morta, e loro sono morte insieme a me. Sola. Non c’è soffio, odore. Nulla. Può il nulla non destare timore? O è il nulla l’essenza stessa della paura?
L’orologio si ferma.Avrei dovuto tagliare le rose.«Noi non possiamo morire. Siamo qui. Guardati, così ti piaci, volevi questo, non c’è più niente. Niente.»
Loro ripetono quel niente in lontananza in un’eco che mi rimbomba nelle tempie. Non riesco a deglutire, non ho voce. Mi accuccio accanto al mio corpo secco e mi accorgo del mio folle insistere, scarne braccia e labbra pallide, la pelle gelida nell’ultimo saluto.
«Volevo solo smettere di avere paura.»
Il dispiacere mi invade glorioso.
Loro si inchinano in un abbraccio che suona come un familiare frusciare di vesti, e un respiro dolce mi accarezza la guancia. Grazie.L’orologio non è fermo.
Un ticchettio scandito, musicale, mi dona un’ora.
Il tempo potrebbe tornare indietro, come se non avessi mai chiuso gli occhi. Un’ora in più.
L’orologio non è fermo.Mattonelle bianche. L’attimo prima. Prima di tutto.
Ho visto lacrime
sulle pareti
dei bagni pubblici
dove mani di donna
si chinano a pulire
il vomito.Molte lacrime
nelle pudiche case.La strada è lunga e polverosa
ma in alto
stanno gli amici accampati
a bere le stelle.Poche cose, un taccuino e la libertà.Poche cose, un amore d’alba
su tetti di mare.Ora togli quel fazzoletto
dalla tasca e dimentica.Dimentica tutto ciò
che non è come gli amici accampati
a bere le stelle.
Lucrezia Lombardo
Ha pubblicato oltre venti opere tra poesia, narrativa e saggistica. Collabora con riviste letterarie ed è responsabile di collana per Divergenze Edizioni.

Una giovane oratrice urlava contro il mare in tempesta per farsi ascoltare dal fragore delle onde. Ma l’acqua è ancora più indifferente dell’umanità e non si curava del flebile gemito che la implorava di lasciarsi almeno un poco sovrastare dalla sua debole voce. Combatterono tutta la notte: il titano minuscolo e la montagna indifferente. Riuscì a sentirsi parlare solo verso l’alba, quando lentamente il capriccio insensibile si placò nel sussurro gentile del riflusso. Ma allora non aveva più senso urlare. Il discorso si estinse in un ultimo balbettio.Sedette a gambe incrociate ad aspettare che l’alba completasse la sua metamorfosi in giorno, staccandosi dalla linea piatta dell’orizzonte nero. La invadeva una sottile afflizione per aver subito l’ennesima e bruciante disfatta (che un fuoco di gola testimoniava), ma anche la consapevolezza che il nemico e maestro sarebbe tornato, presto o tardi, a infuriare.Un’onda rivelò una pinna trascinata, più bianca della spuma. Un occhio stanco guardò l’aspetto della superficie di cui lambiva il confine: in lui riemerse il ricordo dell’asfissia stupita del primo pesce che si avventurò oltre la manipolabile immensità del liquido, o forse nacque il pensiero di star penetrando in uno strano regno della morte. Ansimava.L’oratrice guardò il suo muso privo di ansia. Non avrebbe saputo dire se nel suo boccheggiare discreto si nascondesse il mistero del suono marino o una richiesta d’aiuto. Mormorando conforti inutili in una lingua che l’altro non poteva comprendere, lo aiutò dolcemente a tornare al largo. Non è bene che simili esseri vadano alla deriva. Distaccato dalla prigione della sabbia, docile sotto la sua guida, riprese a dare qualche energico colpo di coda e pinna. Poi riuscì a saltare e le danzò intorno come per ringraziamento. Infine, raggiunse altre pinne trasparenti che tremolavano in lontananza, verso l’orizzonte.L’oratrice lo guardò confondersi con i suoi simili. Poi tornò a riva e riprese, fradicia e in piedi, a gridare un’arringa a favore di nessuno. Le risposero, da lontano, gracidii intermittenti, come canti di antiche sirene. Continuarono a chiamarsi in questo modo per un poco, nel silenzio innaturale della risacca.

La canonica è cosparsa di immagini sacre. Gli occhi di santi e di madonne lo infilzano con richiesta di clemenza.
«Misericordia, abbi misericordia», pare dicano nel silenzio della penombra del tardo pomeriggio pugliese.
«Io?» domanda loro senza accorgersi del volume della voce sgorgata istintivamente dalla gola.Non è rabbia, quella accumulatasi nel fondo delle viscere che rimestano il passato, né fame di vendetta. È la necessità di un regolamento di conti tra uomini. Un bilanciare le sorti della giustizia terrena.
Per distrarsi dai pensieri torvi, distoglie lo sguardo dai dipinti per rivolgerlo all’unico crocifisso della stanza, erto di fronte alla cattedra di noce: con gli occhi abbassati del Cristo, con la resa tacita al destino mortifero che lo attende, si è sempre riconosciuto di più.Si avvicina alla sedia di legno intagliato, ne segue col dito i contorni, le forme scavate, fa scivolare il dorso della mano sul velluto dello schienale. Lo sfarzo, che un tempo impressionava la sua fantasia di bambino, gli risulta adesso irrilevante.
Si siede in silenzio al posto riservato al parroco, che è ancora in chiesa a celebrare la messa della sera, a cui accorre l’intera cittadina di mezzadri e di braccianti. Ne sente la voce d’ottone imporsi sul chiacchiericcio del popolo, che ripete a memoria le formule latine di rimando.
Quando la musica inizia, lui si mette a tamburellare le dita sul tavolo al ritmo dei canti di organo e voci stonate. Di tanto in tanto, si tocca la lama nelle tasche della giacca damascata.La benedizione finale è recitata con velocità disarmante, il prete neanche a Dio dà il tempo di calarsi sulle fronti dei fedeli. Lui attende, mentre la luce del sole estivo cala. L’ombra invade totalmente lo spazio, e l’ansia, molto diversa da quella che lo assale prima di salire sui palchi dei più importanti teatri, lo travolge.
La tensione gli trapassa le membra, lui prova ad annegarla nel ricordo dell’antico torto. Ed è quello a dargli forza.La porta si apre di sbotto. La luce della lanterna lo sorprende. Il prete si blocca sull’uscio, e prima di proferire alcuna parola lo studia a debita distanza.
Lui si alza, in un improbabile scambio di ruoli gli dice: «Prego».
C’è sorpresa nel volto di Padre Cosimo, solamente sorpresa, nessun timore lo scombussola, nessun presentimento.
«Sono Oronzio Celestini, la voce del Paradiso. Si ricorda?» dice d’un fiato.E allora, prima di scoprire la reazione dell’altro, gli si fionda addosso con afflato animale.Le coltellate le infligge con scioltezza, quasi fosse un vocalizzo al clavicembalo durante le prove di un melodramma. Il buio nasconde l’orrore, ed è il riflesso della fiammella sulla lama a svelargli lo scenario di cui si è reso responsabile.
Il corpo del parroco giace sul pavimento di piastrelle colorate di giallo e di verde, con le macchie rosse del sangue a confondersi sulla trama del disegno marmoreo.
«La voce del Paradiso, se la ricorda?» gli dice sputandogli sulla tunica sporca.Sullo stesso suolo, col corpo accartocciato sulla cattedra di legno, in quello stesso giorno di vent’anni prima, dopo la messa della sera, alla vigilia del suo viaggio a Napoli, il suo corpo di bambino fu profanato dall’ardore carnale dell’uomo con l’abito talare.
Lui, Oronzio Celestini, la voce del Paradiso, castrato in giovane età per fissargli in gola quel dono fino alla morte, fu ammutolito per mesi.
Nella capitale del Regno, rifiutato dai conservatori che iniziavano a strutturarsi quali scuole professionali di musica, dovette affrontare la fame, la miseria, la desolazione più assoluta.
La voce gli tornò col canto in mezzo a una piazza affollata, e tanto gli bastò per cominciare la sua florida carriera.
Eppure, i palchi calcati, i reali incontrati, gli amori dissoluti non bastarono a cancellare l’episodio dalla mente e dalla pelle.«Non è vendetta, Padre Cosimo», gli dice chiudendogli gli occhi spalancati, «è solo un regolamento di conti, tra uomini».La luce della luna si insinua tra le grate della finestra.
Si guarda nella lama, si aggiusta i capelli e il colletto, e inizia a intonare un requiem. È il suo regalo d’addio.
Nessuno merita di andarsene senza la carezza della musica.
Neanche l’assassino più spietato.
Neanche Padre Cosimo.

TUFFI
Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove e dieci.
Sì, anche stasera ci sono tutte. Per la trentesima notte di fila Pietro, dalla finestra della sua camera – nel bilocale a Torino in cui abita in affitto da solo – riconosce le solite dieci stelle. Ora può andare a dormire sereno.
Aveva preso quest’abitudine da quando aveva letto, da qualche parte su internet, un consiglio apparentemente strambo:
“Per dormire sereno,
non contare gli animali nelle stalle,
pensa di meno,
conta le stelle.”
In verità, questo incredibile componimento poetico non era nient’altro che lo slogan di una catena d’alberghi a cinque stelle, sentito alla tv alle tre di notte. Eppure Pietro era convinto che appartenesse a chissà quale scrittore. Evidentemente era rientrato a casa con qualche goccio d’alcol di troppo in corpo.
Guardare le stelle – e la natura in generale – lo rilassa. Perché capisce di far parte di un sistema più grande, infinito, dove il peso delle proprie ansie e paure si fa più leggero. Problemi con l’università? Le stelle sono sempre lì, a brillare per lui. Giornataccia al lavoro? Alla sera le stelle lo attendono comunque. Si sente perso, senza capire quale direzione di vita prendere a ventiquattro anni? Le stelle non hanno la soluzione, però sono lì con lui. E non sentirsi soli, schiacciati da pressioni e pensieri quando si rientra a casa la sera, è già un passo avanti.
Quando Pietro si mette a letto dopo aver contato le stelle, sta bene e inizia a vagare con la mente:
«Pietro… Pietro… Pi-e-tro. Ho davvero un bel nome. Dovrei fare il geologo con un nome del genere. D’altronde, sorrido se penso alle rocce. Mi ricordo quella volta in Puglia, in vacanza con i miei, a undici anni. Mi allontanavo e dicevo loro: “Vado a fare dei tuffi, ci vediamo dopo”. Andavo in avanscoperta sulla spiaggia a cercare scogli alti cinque o sei metri per potermi lanciare. Bellissimo… e non mi sono mai fatto male, sono un grande. Comunque, non sarò del settore, ma non credo che i geologi per lavoro facciano i tuffi. O meglio, magari li fanno, ma solo dopo aver esaminato gli scogli da cui si buttano. Vabbè, proviamo a dormire, va’.»
Ecco, pensieri di questo genere.IL NUMERO DIECI
«Diventerò il numero 10 della Juventus F.C.»
La frase più gettonata di Pietro tra i sette e i dodici anni, sempre con un pallone tra le mani. Poi, a dodici anni – e non perché avesse sbattuto la testa durante uno dei suoi famosi tuffi – aveva iniziato a rendersi conto che probabilmente alla Juventus, la sua squadra del cuore, e in Serie A non ci sarebbe mai arrivato. Così la frase era diventata:
«Vabbè, anche numero 10 del Frosinone va bene.»
Non è diventato il numero 10 del Frosinone né di altre squadre, se non di quella in cui gioca il lunedì sera con gli amici. Ma ci gioca con la stessa passione di quando aveva la metà degli anni. Ed è felicissimo così.
Amici. Quelli di sempre, i migliori che potesse desiderare. Non lo ammette ad alta voce, ma Pietro sa che loro – e la sua famiglia – faranno sempre il tifo per lui. Stravedono per Pietro, gli dicono:
«È impossibile non volerti bene.»
Lui ride, ma dentro si sente la persona più fortunata della Terra ad avere un appoggio così. Gli dicono spesso che dovrebbe prendere le cose più alla leggera, ma se lo facesse non sarebbe lui.
Pietro viaggia sempre con la testa: per lui qualunque cosa significa anche qualcos’altro. Un film non è solo un film, una cena non è solo una cena e così via. È il tipo di ragazzo che ripensa mille volte alle conversazioni fatte, soprattutto a quelle andate male. Tipo quella volta con Sara, la sua compagna d’università che gli piace dal primo giorno in cui l’ha vista, ma a cui non ha mai trovato il coraggio di dichiararsi.GIN TONIC, MOLTIPLICATO PER DUE
Torniamo indietro di poco più di un mese. Ultimissimi giorni di settembre. Mercoledì sera. Festa universitaria al Red Sunset, discoteca di dubbio gusto a Torino, ma almeno all’aperto. Un via vai infinito di ragazzi e ragazze dai diciannove ai trent’anni, un microcosmo pronto a esplodere racchiuso in un centinaio di metri. Studenti e studentesse di ogni facoltà, di qualunque anno.
Pietro – dopo aver cambiato idea dieci volte prima di convincersi definitivamente – è lì da un paio d’ore con i suoi amici. Rappresenta perfettamente il ragazzo timido e impacciato dal cuore buono. Ventiquattro anni, sognatore. Un lavoro part-time come receptionist al Cane Chic – un centro di toelettatura per animali domestici – che gli permette di pagarsi l’affitto. Soprattutto lo rilassa: dice che ogni volta non sa quale cane entrerà dalla porta principale, e questa sorpresa continua lo diverte molto.
Fuoricorso di un anno, con tre esami ancora da dare, tra cui la sua amata Macroeconomia, che si porta dietro dal primo anno:
«Pensavo di aver abbandonato la matematica per sempre con la fine del liceo, invece ecco che mi perseguita ancora. Anche a Scienze della Comunicazione… e la chiamano pure Scienze delle Merendine!», la sua frase cult.
A un certo punto della serata spunta Sara. Ventidue anni, iscritta anche lei a Scienze della Comunicazione. A differenza di Pietro – nato e cresciuto a Torino – Sara è sarda, trasferitasi in Piemonte un paio d’anni prima per studiare.
La vede da lontano e improvvisamente tutto il mondo inizia a girare a rallentatore, quasi si ferma. L’unica a muoversi a velocità normale è proprio Sara.
Fa mille pensieri nel giro di qualche minuto:
«Devo andare a parlarle. Non so come, ma devo farlo. Ah sì! Forse potre…»
Non fa in tempo a definire il suo mirabolante piano d’azione che arriva Sara, decisamente più spigliata:
«Pietro, giusto? Sono Sara, non so se ti ricordi, abbiamo seguito il corso di Antropologia Culturale assieme.»
In quel momento Pietro si trova ufficialmente su Marte. E non per studiare le rocce del luogo in qualità di geologo spaziale.
1. Sara l’ha riconosciuto.
2. Gli ha parlato lei.
3. Si ricorda il suo nome!
La conversazione procede bene, l’agitazione di Pietro scema con il passare dei minuti e niente sembra poter andare storto. Sara è felice, lo si vede dai suoi occhioni pieni mentre ascolta Pietro raccontarsi, un po’ impacciato. A un certo punto lei gli fa questa domanda:
«Facciamo un gioco. Se potessi avere per dieci minuti al giorno un solo superpotere, quale sceglieresti?»
«Ok, Pietro, niente panico. D’altronde hai solo bevuto un paio di gin tonic, sei ancora abbastanza lucido per rispondere a questa domanda… Avanti, parla, dì qualcosa, qualunque cosa. Ci sta guardando e siamo in silenzio», pensa tra sé e sé.
«Ehm, sì, allora… se avessi dieci poteri al giorno, gius… cioè, se avessi un superpotere per dieci minuti al giorno, giusto? Vediamo… sì, allora… probabilmente… in verità non lo so, sono troppo ubriaco per risponderti. Anzi, mi sa che tra poco vado.»
Pietro non crede a sé stesso. Non si capacita di come gli siano uscite quelle parole dalla bocca. Non era nemmeno ubriaco, solo tanto agitato. Per l’imbarazzo, saluta Sara – molto confusa – in fretta e furia e si dirige verso casa. Insomma, una giocata da vero numero 10. Si sente proprio come Zinedine Zidane dopo la famosa testata tirata a Marco Materazzi: cartellino rosso, rientro verso gli spogliatoi in silenzio, testa bassa e finale dei Mondiali di calcio persa sul più bello.SUPERPOTERE
…Sette, otto, nove e dieci. Per la trentottesima notte consecutiva brillano tutte e dieci le stelle. Una volta a letto, Pietro rimugina sulla domanda che gli aveva fatto Sara un mese prima. Per la prima volta ci pensa libero da ansie e agitazioni e, in automatico, parte con il suo solito flusso di coscienza notturno:
«Vorrei smettere di avere paura. Anche solo per dieci minuti al giorno, riavere quella spensieratezza di quando mi tuffavo dagli scogli da bambino. Fare le cose senza farmi frenare da quello che potrebbe andare storto. Vivere dando voce a quello che sento davvero. Andare dai miei genitori e riuscire a dirgli che sono orgoglioso di loro, che sono incredibili per tutto quello che fanno. Ripetere a me stesso che non sono sbagliato, che vado bene così. Abbracciare i miei amici, dicendo che gli voglio bene e che vorrei vederli di più. Alzare gli occhi al cielo e dire: “Mi mancate, nonni”.
Gridare al mondo di esistere e di voler lasciare il segno. Trovare il coraggio di dire a Sara: “Mi piaci, sei la ragazza più bella che abbia mai visto”. Dieci minuti al giorno di coraggio inscalfibile e mi sentirei davvero la persona più invincibile di questo pianeta.»
Accenna un mezzo sorriso con gli occhi lucidi e si addormenta poco dopo. Nel frattempo, le dieci stelle sembrano brillare ancora di più.NALA, ZICO, LUNA E ZEUS
Al risveglio Pietro si sente diverso. Con un entusiasmo che non provava da tempo. Va al lavoro a piedi, facendo la solita camminata di una ventina di minuti. Adora andarci a piedi perché gli permette di attraversare il Parco Castagno, uno dei posti che lo rilassano di più: piccolino, ma pieno di verde. Ha il turno dalle 9 alle 13, ore che scorrono in scioltezza in compagnia di Nala, Zico, Luna e Zeus: i quattro cani – chiaramente accompagnati dai rispettivi padroni – che si sono presentati nel corso della mattinata con un entusiasmo simile al suo.
Dopo dieci minuti di cammino spensierato verso casa, non crede ai suoi occhi.
Sara è lì, che corre tra il verde del parco. Non si vedono e non si sentono dal giorno della festa al Red Sunset.
I due si guardano a una decina di metri di distanza, Sara interrompe la corsa. Pietro guarda l’orologio:
«13:17. Adesso cominciano i miei dieci minuti di coraggio senza limiti», pensa tra sé e sé mentre si avvicina a Sara.
Dopo i saluti di rito, Pietro parte a raffica:
«Scusami davvero per la sera della festa. Non volevo risponderti male, non so cosa mi sia preso… Anzi, in realtà lo so. Non vedevo l’ora di parlare un po’ solo noi due e a un certo punto mi sono agitato e non ci ho capito più nulla.»
«Grazie delle scuse. Inizialmente avevo pensato che avessi un trauma legato ai supereroi e che avessi toccato un tasto sbagliato. Magari da piccolino Spider-Man ti aveva fatto un torto incredibile o qualcosa del genere. Anche perché non mi sembravi ubriaco.»
«E infatti non lo ero… Sono proprio un idiota.»
«Sì, un po’ lo sei. Però fino a prima che scappassi era stata una bella chiacchierata.»
«Sono volato via perché il mio pianeta aveva bisogno di me, come tutti i supereroi che si rispettino.»
«Sì, sì, come no. Eri proprio nelle condizioni di salvare il mondo quella sera.»
«Ok, è vero, non ci stavo capendo nulla. Ma ora mi faccio perdonare. Domani vengono un paio di amici a cena da me, sarebbe bellissimo se ci fossi anche tu. Cucino io, perciò consideralo un invito ufficiale.»
«Se cucini con la stessa tranquillità che avevi l’altra sera, mi sa che ci conviene ordinare una pizza. Scherzo, ti prendo in giro. Molto volentieri… potevi invitarmi anche un mese fa, però.»
«Fantastico! Ti giuro che non scappo più a caso.»
«Anche perché scappare da casa tua sarebbe ancora più strano dell’ultima volta.»
I due continuano a parlare per un quarto d’ora buono, tra battute, prese in giro e risate. Si danno appuntamento al giorno dopo e si salutano con un abbraccio tenero. Sara riprende a correre e Pietro continua il suo viaggio verso casa leggero come una piuma.PROPRIO COME TRUMAN
Ore 20:08. Suona il campanello della casa di Pietro.
«Chi è?»
«Apri, chef. Sono Sara.»
È la prima ad arrivare. Gli altri tre ospiti – i suoi amici di sempre, Gian, Danilo e Alessandra – sarebbero arrivati poco dopo le 20:45.
«Non mi sono presentata a mani vuote. Ecco una bottiglia di rosso. Quattro euro e cinquanta investiti bene, secondo me.»
«Ma non dovevi… Comunque grazie mille! Così, anche dovessi sbagliare a cucinare, ci buttiamo sul vino: è sempre una scelta saggia.»
«Tra l’altro, cosa prevede il menù di stasera, chef?»
«Innanzitutto un po’ di focaccia e pizzette prese dalla panetteria qua sotto, come antipasto. Poi una pasta semplice al sugo di noci e il secondo non te lo dico. Però sappi che chiuderemo il pasto con del gelato che sono andato a prendere poco fa.»
«Sugo di noci: tre parole e sette, otto, nove e die… sì, dieci lettere, la felicità. Il mio sugo preferito. Mi sa che dovrò lasciare una recensione positiva al ristorante, allora.»
Continuano a scherzare, poi Pietro le fa fare il tour della casa, partendo proprio dalla cucina:
«Ti mostro la mia reggia da cinquanta metri quadri. Spero tu abbia un paio d’ore libere per riuscire a vederla tutta.»
Come ultimo spazio vedono la camera da letto. Sara nota subito un poster di The Truman Show – il film di Peter Weir con Jim Carrey protagonista – su una delle pareti e, guardandosi con Pietro, praticamente all’unisono, i due esclamano:
«Casomai non vi rivedessi: buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!», con tanto di inchino finale, proprio come Truman alla fine del film. Scoppiano a ridere insieme.
Poi si avvicinano alla finestra. Sono in piedi, uno accanto all’altra, a guardare fuori. Questa volta nessuno dice niente. Pietro appoggia la testa sulla spalla di Sara, lei gli accarezza i capelli.
Stanno in silenzio così per un minuto, entrambi desiderando che quel momento duri per sempre.
Poi, con voce bassa e dolce, Sara sussurra:
«Ci hai mai fatto caso a come si vedano bene le stelle dalla tua camera?»
Alberto Scomparin
È giornalista pubblicista.
Appassionato di sport, cinema e musica rap.

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